mercoledì 9 febbraio 2011

meno male che Seymour c'è


Seymour Hersh (premio Pulitzer nel 1970), intervistato in una puntata di Empire, riguardo l'attuale situazione egiziana e la possibile reazione americana:

"What strikes me is: what we think and do may not be relevant anymore. We're much less relevant now. It just may not matter. Washington can sit there and worry with the Israelis about the Brotherhood... There are things happening about which we have very little control, which...which is probably good!"

Grande come sempre!

martedì 8 febbraio 2011

democrazia d'Egitto - parte seconda

Dopo qualche ora dal post scritto nel pomeriggio, mi è stato suggerito questo ottimo dibattito su Al Jazeera proprio sulle stesse tematiche. Tariq Ramadan, studioso del mondo musulmano, e Slavoj Zizek, filosofo, discutono del punto di vista occidentale verso la rivoluzione egiziana delle ultime settimane. Tanti spunti interessanti e tanto ottimo giornalismo: invidiabile la chiarezza di Ramadan e insuperabile Zizek tra "stupid UNESCO multicultural respect" e geniali metafore disneyane. Da vedere. 
Grazie Ele!

lunedì 7 febbraio 2011

democrazia d'Egitto


Ho letto un "opinione" dello storico Paul Kennedy sull'ultimo Internazionale riguardo Davos e le proteste al Cairo, e sono rimasto piuttosto sconcertato. Ho sempre apprezzato gli articoli di Kennedy, come tutti gli storici riesce a mettere bene le vicende in prospettiva e a dare una buona panoramica internazionale agli eventi di cui parla. Essendo poi appassionato di politica internazionale, quando trovo un suo editoriale sono sempre contento e lo leggo con avido interesse.

Come ovvio, l'ultimo Internazionale ha una bella sezione dedicata alle proteste in Egitto, con diversi commenti ed opinioni, dal mondo arabo e non, tra cui quella di Kennedy. Difficile ribattere a queste sue considerazioni: "Gli studiosi ammonivano da anni che politicamente tutto il Nordafrica era una polveriera. Qualcuno li ha ascoltati? [...] Da almeno quindici anni Washington sembra aver perso di vista il fatto che la pace e la stabilità dell'Egitto e dei paesi vicini sono infinitamente più importanti di quello che può succedere in Afghanistan e perfino in Iraq. Il Cairo è la capitale di uno dei paesi cardine del mondo, Kabul no."

Le affermazioni dei paragrafi successivi, però, hanno cominciato a farmi storcere il naso. Kennedy infatti continua così: "Gli idealisti e i difensori dei diritti umani del nord del mondo ci inviteranno a rallegrarci per la fine dei regimi autoritari e per l'avvento della democrazia dal basso in alcuni paesi arabi. Ma se "democrazia" nel mondo arabo significa semplicemente la vecchia e insufficiente formula "un uomo, un voto" (molto probabilmente in certi paesi le donne non otterranno il diritto di voto), il Mediterraneo e il Medio Oriente sono davvero messi male.
    A quanto ci dicono inviati e corrispondenti, in paesi come lo Yemen, l'Egitto e la Tunisia l'"uomo della strada" è visceralmente antiamericano e antiebraico. [...]
    Forse le rivolte egiziane non faranno la stessa triste fine che a suo tempo portò l'Iran dal regime intollerante dello scià a quello degli ayatollah, ma certo non c'è da scommettere sul progresso pacifico del Nordafrica e del Mondo Arabo.
    Il nostro è un mondo complicato e disorientante, e tentare d'indovinare da che parte stia andando è molto difficile."

Insomma, visto che non possiamo sapere con certezza cosa succederà in Egitto, era meglio avere Mubarak ancora al potere, come è meglio che Gheddafi rimanga a governare in Libia e che gli altri presidenti a vita del Mondo Arabo rimangano dove stanno. Perché invece non rallegrarsi sinceramente che le proteste tunisine ed egiziane siano state sociali, non legate né a partiti politici né a movimenti religiosi? Perché non pensare che una vera svolta democratica sia possibile? Ho già letto e sentito altre volte di certe opinioni secondo cui gli arabi o gli africani non siano "pronti" per la democrazia. In quale modo ci si prepara? Con trent'anni di un governo che non è certamente tra i più autoritari della regione, ma che comunque tiene per sé la maggioranza dei guadagni derivati dallo sviluppo dell'ultimo decennio, senza fare investimenti e senza migliorare la condizione delle classi più disagiate?

A me sembra che si voglia solo difendere uno status quo che faceva comunque comodo. Le rivolte iraniane all'inizio erano anch'esse guidate da motivi sociali e non religiosi, ma poi le guide religiose (comunque molto più potenti e sviluppate di quelle egiziane) sfruttarono l'incertezza dei mesi seguenti per prendere il sopravvento. E poi credo sia cosa risaputa che non c'è nulla di meglio per combattere il fondamentalismo che lo sviluppo sociale. Proprio per questo anche ai Fratelli Musulmani faceva comodo il regime di Mubarak. Da un articolo dello Spiegel: "Secondo i loro avversari, i Fratelli Musulmani vogliono sfruttare gli strumenti democratici per conquistare il potere una volta per tutte. Ma Hala Mustafa, una nota analista politica egiziana, non è d'accordo: "I Fratelli Musulmani sono utili al regime di Mubarak. Rappresentano una precisa immagine del nemico, fornendo un'ottima scusa al governo per potenziare l'apparato di sicurezza". Anche secondo il sociologo della Cairo university Hassan Nafaa c'è un rapporto simbiotico tra il regime laico e gli oppositori islamisti: "I Fratelli Musulmani sanno che al loro movimento fanno comodo lo status quo e il malcontento sociale. Anzi, è proprio questo che gli garantisce un numero sempre maggiore di sostenitori."
    Questo potrebbe spiegare perché gli islamisti ci hanno messo così tanto a reagire alle proteste e perché, in fin dei conti, hanno esitato prima di annunciare la loro partecipazione. "Una protesta che non sei in grado di controllare può facilmente prendere un'altra strada, una direzione realmente democratica", dice Mustafa."

E' quest'ultima ipotesi quella che avrei voluto sentire da Kennedy, non come certo risultato delle proteste, ma come evento comunque possibile e motivo sano di rivolta. Invece no, ci si preoccupa dell'antiamericanismo delle popolazioni mediorientali, come se fosse una malattia generalizzata senza un'origine chiara, quando invece non mi sembra difficile collegare i puntini e pensare che è difficile farsi amiche quelle popolazioni se si supportano i regimi che le opprimono.

Mi sembra che ci sia sempre tanta e troppa ipocrisia. A me sta anche bene che uno mi dica che preferisce lo status quo, ma voglio motivazioni che vadano oltre la Rivoluzione Islamica dell'Iran, come se fosse l'unico esito possibile e inevitabile di una protesta in Medio Oriente. (Poi anche sul tema Iran le ipocrisie son tante, leggevo proprio oggi che nell'ultimo anno, a dispetto dell'embargo, Germania ed Italia hanno aumentato di diverse decine di punti percentuali gli scambi commerciali con questo paese. E' il commercio, bellezza.)

Sono io che sono troppo ingenuo?

domenica 30 gennaio 2011

tui shou


Con la lezione di martedì inizierò il quinto mese di taichi, con un entusiasmo che non ha fatto altro che aumentare settimana dopo settimana. Non è solo bello scoprire cose nuove, qualche movimento da aggiungere, qualche mossa da studiare, ma fa piacere rendersi conto di aver raggiunto piccole consapevolezze sui passaggi appresi agli inizi e ripetuti per più tempo. Anche ritrovarsi con dei dubbi su quello che si credeva appreso, anche solo superficialmente, non crea troppo sconforto, perché dimostra di aver raffinato la sensibilità, permettendo quindi di notare quanto prima non era possibile. Come Max, il mio maestro, ripete spesso, noi che abbiamo iniziato da poco partiamo come ovvio da qualcosa di molto grezzo. Con calma, con la ripetizione e l'attenzione dello studio, andiamo a togliere le imperfezioni, prima macroscopiche, poi sempre meno evidenti, cercando una perfezione che rimarrà pur un miraggio, ma che spero diverrà sempre meno lontana.

Con l'introduzione del tui shou (dal mandarino "spingere con le mani") a fine 2010 la mia passione per il taichi ha preso una vera e propria impennata. Cos'è il tui shou? E' una forma di allenamento a due che permette di sviluppare quanto appreso con l'allenamento della forma fatto singolarmente. Prendo da wikipedia (mia traduzione), perché non potrei dirlo in modo migliore: "Il tui shou permette agli studenti di capire in maniera sperimentale gli aspetti marziali delle arti marziali interne: leve, riflessi, sensibilità, tempismo, coordinazione e posizione. Il tui shou permette di perdere l'istinto naturale dell'opposizione ad una forza con una forza contraria, insegnando invece al corpo a cedere alla forza permettendo così di ridirezionarla. [...] Tra le altre cose, allenarsi con un avversario permette allo studente di sviluppare il ting jing (capacità di ascolto), la sensibilità nel sentire la direzione e la forza delle intenzioni dell'avversario."


Ci sono diversi modi di allenarsi col tui shou, partendo da movimenti relativamente semplici e controllati di un singolo braccio e arrivando alla totale imprevedibilità di un confronto libero, passando per diversi stadi intermedi. Inutile dire che, avendo appena iniziato, l'allenamento che facciamo in palestra è ancora molto blando e controllato. C'è però spazio per qualche sfida che si è rivelata emozionante già dalle prime prove! Ci si mette uno di fronte all'altro, a piedi fermi, e si cerca di sbilanciare l'avversario facendolo uscire dalla posizione, sfruttando quanto imparato finora, quindi con tanta attenzione alla postura, all'equilibrio ed al controllo del proprio baricentro, col mantenimento della posizione ideale delle braccia, col rilascio delle tensioni per permette sia di sentire meglio l'avversario che di reagire in maniera cedevole (ma controllata) e non rigida alle forze che questo pratica, infine con la ricerca della risposta difensiva migliore per neutralizzare l'attacco dell'avversario sfruttandolo a proprio favore. Tante, troppe cose da tenere a mente all'inizio, come ovvio! Ma già dopo qualche weekend passato ad allenarci (il sabato pomeriggio con la palestra libera, più qualche sabato e domenica mattina che stanno diventando piano piano appuntamenti fissi) e grazie all'ottimo insegnamento di Vinz, i miglioramenti sono stati palpabili.

Non avevo alcuna esperienza di un confronto con un avversario, non ho mai praticato sport di squadra e tanto meno altre arti marziali. Quello che mi piace, oltre al poter sperimentare l'applicazione di quello che imparo durante le lezioni e che cerco di far mio con l'allenamento giorno dopo giorno, è il fatto che l'agonismo che nasce tra noi sia sano, che ci si diverta davvero molto e che non importi nulla quante volte si ha il sopravvento o quante si è il primo a cedere. Si cresce e si impara insieme e ci si accorge del tempo che passa solo per i muscoli che cedono e la stanchezza che si fa sentire, perché altrimenti passeremmo ore e ore a far tui shou.

Il taichi non è la forma (la ripetizione in sequenza dei movimenti imparati) e non è nemmeno il tui shou. E' tutte e due le cose insieme ed ora che ho sperimentato entrambe non potrei fare a meno di nessuna delle due: ripetere quel poco di forma che ho imparato in questi quattro mesi, lavorando ogni volta su dettagli diversi, osservando avidamente Max o Vinz quando la si fa insieme per carpire ogni particolare e cercare di stamparsi in testa ogni singolo movimento, dà sempre molta soddisfazione; che poi anche il tui shou mi entusiasmi, direi che è ormai evidente!

Mentre oggi guardavo i miei compagni che si affrontavano nel tui shou, mi è saltato agli occhi come l'esercizio che stavamo facendo, e nel complesso il taichi stesso, fosse più vicino allo studio che allo sport. In particolare, visto che è il mio campo universitario, ho trovato similitudini con lo studio delle lingue. A lezione, quando Max ci mostra un nuovo movimento, la maggior parte delle volte una difesa da un attacco che si trasforma in offesa verso l'avversario, e la si sperimenta lentamente con un compagno, è come imparare un nuovo vocabolo o una forma grammaticale; in seguito, quando si inserisce il nuovo movimento nella forma, riprovandolo decine e centinaia di volte, si fa qualcosa di paragonabile all'esercizio ripetitivo per riuscire a ricordarsi e a far propria quella parola oppure quella costruzione sintattica; infine, arriva il tui shou, in cui quello che si è ripetuto e imparato lo si deve mettere in pratica alla svelta, rispondendo agli input esterni e tenendo a mente una gran quantità di cose che all'inizio sembrano ingestibili, ma che col tempo vengono interiorizzate e diventano automatiche, ed è come il ritrovarsi a far conversazione in una lingua straniera: all'inizio si sente frustrazione, non si riesce a tenere a mente nemmeno quel poco che si è imparato e non si sa come rispondere, e quando lo si fa si è comunque lenti. Ma poi piano piano qualche frase esce in maniera sempre più naturale, si risponde più velocemente e magari si riesce anche a dirigere la conversazione.

Quello che voglio dire è che fare tai chi è un esercizio mentale importante, non c'è solo fisicità, e anche quando ci si esercita a due, pur faticando e sudando, si sta mettendo in pratica un ragionamento che deve essere ancora più veloce e rapido, difficile soprattutto perché ti impone di andare contro al tuo istinto. Non potrei immaginare nulla di più completo, un allenamento contemporaneo del corpo e della mente. Credo che sia proprio questo che contraddistingue le arti marziali interne.

Proprio una bella scoperta il taichi, e per questo devo solo ringraziale Ale e Vinz! Già temo il prossimo rientro del mio padrone di casa, con agguati tesi ad ogni angolo, leve a non finire e miei voli dell'aquila che spero finiscano sul divano e non sul tavolo di cristallo. Ale, ti aspetto con...ansia! :)

venerdì 14 gennaio 2011

opera singer

Dall'autobiografia di Craig Ferguson, "American on purpose":

"I was happy for a time in New York. The energy and vitality of the city inspired me and helped me become confident, and the streets of the East Village seemed to be teeming with people who valued artistic expression and eccentricity. It felt dangerous and welcoming at the same time. Every night at one a.m., lying in bed, I'd hear a woman sing the most beautiful operatic arias. She sounded like an angel floating between the sirens and over the tar rooftops. I later found out that she was an aspiring opera singer who worked in a local bar and on the way home at the end of her shift she would walk through the streets to her apartment singing at the top of her voice. She did it for protection, figuring that any lowlifes on the street who wanted to do her harm would think either that she was too crazy to approach or that she would attract too much attention. This delighted and impressed me. It seemed indicative of the beat of the locale - art as the best defense in a dangerous but exciting world."

E mia traduzione a braccio:
"Per un po' fui felice a New York. L'energia e la vitalità della città mi ispiravano e mi aiutavano ad aver fiducia e le strade dell'East Village sembrava brulicassero di persone che apprezzassero l'espressione artistica e l'eccentricità. Questo trasmetteva un senso di pericolo e di accoglienza allo stesso tempo. Ogni notte all'una, stando sdraiato a letto, sentivo una donna cantare le più belle arie d'opera. Sembrava un angelo fluttuante sopra le sirene e i tetti di catrame. Ho poi scoperto che era un'aspirante cantante d'opera che lavorava in un bar della zona e che nel tornare a casa alla fine del suo turno camminava per la strada cantando a squarciagola. Lo faceva per protezione, pensando che un malintenzionato avrebbe pensato che o era troppo matta per averci a che fare oppure avrebbe attirato troppa attenzione. La cosa mi colpì molto e mi impressionò. Sembrava indicativo dello spirito del luogo: l'arte come migliore difesa in un mondo pericoloso, ma eccitante."

mercoledì 5 gennaio 2011

granpa's guitar

A fine anno mi sono fatto un regalo a cui pensavo da tempo, da diversi mesi per la verità. Mi son comprato una chitarra acustica. Ho trovato un'offerta interessante da Ghisleri, un pacchetto che oltre ad una chitarra Cort (ovviamente un'entry level per un impedito come me) forniva custodia, accordatore, corde di scorta e un dvd con qualche lezione per muovere i primi passi.

Non sono mai stato particolarmente affascinato dalla chitarra, ho e avrò sempre una passione viscerale per la batteria, ma da quando ho iniziato ad allargare i miei orizzonti musicali abbracciando anche il soft rock, o folk rock forse, alla Jack Johnson, ho iniziato ad aver voglia di mettere le mani su una sei corde giusto per suonare qualche canzone per conto mio. Mi piace l'idea di potermi esprimere con "poco", soprattutto è una sensazione nuova per me quella di avere uno strumento che sia portatile e che si possa suonare persino in appartamento!

Le basi minime me le sto facendo grazie ad un programma del Mac che contiene otto lezioni per cominciare. Le trovo piacevoli e molto chiare. Ovviamente sono ancora agli inizi, però ho superato la fase "non riesco a schiacciare una corda senza bloccare quelle vicine" arrivando a "faccio una gran fatica a passare da un accordo all'altro," e direi che è già un grande risultato! Non ho nessuna fretta, quando posso mi metto sul divano e strimpello un po', cercando almeno un minimo di costanza anche per farmi il callo sulle dita della mano sinistra: le corde sono decisamente dure e all'inizio anche solo il posizionare le dita per l'accordo faceva male! Ora va già meglio, comincio ad avere un'autonomia di una manciata di minuti...

Giusto perché non bastava sentirmi dare del nonnino da quando faccio taichi, ci si sono messi anche i Dethklok a prendermi in giro! Giusto due giorni dopo l'acquisto, ho visto questo pezzo in una puntata di Metalocalypse! Eh si, ormai sono proprio diversamente giovane...

domenica 12 dicembre 2010

meno venti domande


Leggendo la rubrica di Nick Hornby sui consigli per la lettura, riportata da Internazionale, mi sono imbattuto in un gioco curioso, ideato dal fisico John Wheeler per spiegare il funzionamento della meccanica quantistica. Horny lo citava avendolo letto nel libro "The Conversations", un dialogo tra lo scrittore Michael Ondaatje e il montatore cinematografico Walter Murch.

Questo gioco è una variante del più conosciuto "venti domande": una persona lascia la stanza per qualche minuto, mentre gli altri presenti scelgono insieme un oggetto. Quando la persona ritorna, avrà venti domande a disposizione per indovinare l'oggetto. Nella versione di Wheeler, invece, le persone che rimangono nella stanza scelgono un oggetto privatamente, ognuno il suo, senza dirlo agli altri. Quando il gioco delle "meno venti domande" comincia con la prima domanda, la risposta che verrà data influenzerà non solo la persona che deve indovinare l'oggetto, ma anche tutti gli altri, che dovranno scegliere un'altro oggetto se quello prescelto in precedenza non soddisfa la risposta data da un loro compagno in precedenza.

Il bello di questo gioco è che nessuno sa cosa gli altri stiano pensando, ma nonostante questo il gioco procede comunque e spesso, anche se non sempre, si arriva all'individuazione di un oggetto che soddisfa la scelta fatta da tutti. Quello che però mi ha affascinato è come Murch lo prenda ad esempio per spiegare come funzioni la creazione di un film. Citando dal blog di Philip Graham, dove ho trovato la spiegazione del gioco: "Il casting influenzerà come il costumista vestirà il protagonista, cosa che a sua volta influenzerà il design del set da parte del direttore artistico, influenzando a sua volta..." Nonostante tutte queste variazioni rispetto ad un'idea iniziale, in film prenderà comunque forma.

Simile potrebbe essere anche la stesura di un libro, come sottolinea Graham: non si parte dalla prima riga della prima pagina arrivando alla fine in maniera lineare. Spesso quello che era l'inizio si sposta più in là nel libro, a metà o magari verso la fine. Si interrompe la stesura di un capitolo per passare a lavorare su un altro grazie alle idee e alle influenze di quello che si è scritto finora, per poi tornare al capitolo incompleto e procedere in una maniera che all'inizio non si era prevista.

Ho trovato la trascrizione presa dal libro di Ondaatje, eccola qui sotto, in lingua originale.


(from The Conversations: Walter Murch and the Art of Editing Film)

Murch: There’s a great game–I forget whether we’ve talked about it–Negative Twenty Questions?

Ondaatje: No, we haven’t talked about it.

Murch: It was invented by John Wheeler, a quantum physicist who was a young graduate student of Niels Bohr’s in the 1930s. Wheeler is the man who invented the term “black hole”. He’s an extremely articulate proponent of the best of twentieth-century physics. Still alive, and I believe still teaching, writing.

Anyway, he thought up a parlour game that reflects the way the world is constructed at a quantum level. It involves, say, four people: Michael, Anthony, Walter, and Aggie. From the point of view of one of those people, Michael, the game that’s being played is the normal Twenty Questions–Ordinary Twenty Questions, I guess you’d call it. So Michael leaves the room, under the illusion that the other three players are going to look around and collectively decide on the chosen object to be guessed by him–say, the alarm clock. Michael expects that when they’ve made their decision they will ask him to come back in and try to guess the object in fewer than twenty questions. Under normal circumstances, the game is a mixture of perspicacity and luck: No, it’s not bigger than a breadbox. No,you can’t eat it….Those kinds of things.

But in Wheeler’s version of the game, when Michael leaves the room, the three remaining players don’t communicate with one another at all. Instead, each of them silently decides on an object. Then they call Michael back in.So, there’s a disparity between what Michael believes and what the underlying truth is: Nobodyknows what anyone else is thinking. The game proceeds regardless, which is where the fun comes in.

Michael asks Walter: Is the object bigger than a breadbox? Walter–who has picked the alarm clock–says, No. Now, Anthony has chosen the sofa, which is bigger than abreadbox. And since Michael is going to ask him the next question, Anthony must quickly look around the room and come up with something else–a coffee cup!–which is smaller than a breadbox. So when Michael asks Anthony, If I emptied out my pockets could I put their contents in this object? Anthony says, Yes. Now Aggie’s choice may have been the small pumpkin carved for Halloween, which could also contain Michael’s keys and coins, so when Michael says, Is it edible? Aggie says, Yes. That’s a problem for Walter andAnthony, who have chosen inedible objects: they now have to change their selection to something edible, hollow, and smaller than a breadbox.

So a complex vortex of decision making is set up, a logical but unpredictable chain of ifs andthens. To end successfully, the game must produce, in fewer than twenty questions, an object that satisfies all of the logical requirements: smaller than a breadbox, edible, hollow, et cetera. Two things can happen: Success–this vortex can give birth to an answer that will seem to be inevitable in retrospect: Of course! It’s the —-! And the game ends with Michael still believing he has just played Ordinary Twenty Questions. In fact, no one chose the —- to start with, and Anthony, Walter, and Aggie have been sweating it out, doing these hidden mental gymnastics, always one step ahead of failure. Which is the other possible result: Failure–the game can break down catastrophically. By question 15, let’s say, the questions asked have generated logical requirements so complex that nothing in the room can satisfy them. And when Michael asks Anthony the sixteenth question, Anthony breaks down and has to confess that he doesn’t know, and Michael is finally let in on the secret: The game was Negative Twenty Questions all along. Wheeler suggests that the nature of perception and reality, at the quantum level, and perhaps above, is somehow similar to this game.

When I read about this, it reminded me acutely of filmmaking. There is an agreed-upon game, which is the screenplay, but in the process of making the film, there are so many variables that everyone has a slightly different interpretation of the screenplay. The cameraman develops an opinion, then is told that Clark Gable has been cast in that part. He thinks, Gable? Huh, I didn’t think it would be Gable. If it’s Gable, I’m going to have to replan. Then the art director does something to the set, and the actor says, This is my apartment? All right, if this is my apartment, then I’m a slightly different person from who I thought I was: I will change my performance. The camera operator following him thinks, Why is he doing that? Oh, it’s because… All right, I’ll have to widen out because he’s doing these unpredictable things. And then the editor does something unexpected with those images and this gives the director an idea about the script, so he changes a line. And so the costumer sees that and decides the actor can’t wear dungarees. And so it goes, with everyone continuously modifying their preconceptions. A film can succeed in the end, spiralling in on itself to a final result that looks as if it has been predicted long in advance in every detail. But in fact it grew out of a mad scramble as everyone involved took advantage of all the various decisions everyone else had been making.

martedì 7 dicembre 2010

बुद्ध

Nuovo arrivo in casa Baroni-Togni, uno splendido Buddha regalatomi da Sergio per il mio trentesimo compleanno! Ecco subito una foto fresca di scatto:


Questo Buddha è stato acquistato recentemente da Sergio durante una vacanza a Bali fatta con il padre. Nella lettera che lo accompagna si fa riferimento "alla strada che porta verso il vulcano Batur", quindi da qualche parte qui nei dintorni. Un'altra informazione interessante contenuta nella lettera è la seguente: "la tradizione vuole che le statue del Buddha non possano essere acquistate per se stessi. Le si può ricevere solo in regalo..." Al di là dei significati religiosi legati al Buddha, mi piace quest'idea che implica il donare come qualcosa di più importante del semplice possesso personale.

Buddismo e induismo hanno un'origine comune e possiedono diversi punti in comune, ma anche alcune differenze sostanziali. Comprensibile lo stupore dei due splendidi Ganesh ricevuti in regalo da Samuele negli anni passati nel veder arrivare questo Buddha baliano! Avranno tempo per fare amicizia, intanto però il Ganeshone ha preteso il dominio sulla camera da letto e una foto separata. Per la cronaca, il Ganesh a sinistra non è in cura dimagrante, proviene (se la memoria non mi inganna) dall'Orissa e rappresenta il simbolismo sempre induista, ma più tribale, di quella regione (Sam correggimi se sbaglio).


Così il Buddha fa ora bella mostra di sé accanto alla super tv di Alessandro, che da Buddha Warrior qual'è credo che apprezzi il nuovo ospite. Che dici Ale, il mio Tai Chi migliorerà grazie all'aura della statuetta? :)

Grazie mille a Sergio per l'ottimo regalo, il Buddha mi ha già detto che ti attende in pellegrinaggio in via Tremana per una visita!

ps: il nome del post è "Buddha" scritto in sanscrito.