venerdì 14 gennaio 2011

opera singer

Dall'autobiografia di Craig Ferguson, "American on purpose":

"I was happy for a time in New York. The energy and vitality of the city inspired me and helped me become confident, and the streets of the East Village seemed to be teeming with people who valued artistic expression and eccentricity. It felt dangerous and welcoming at the same time. Every night at one a.m., lying in bed, I'd hear a woman sing the most beautiful operatic arias. She sounded like an angel floating between the sirens and over the tar rooftops. I later found out that she was an aspiring opera singer who worked in a local bar and on the way home at the end of her shift she would walk through the streets to her apartment singing at the top of her voice. She did it for protection, figuring that any lowlifes on the street who wanted to do her harm would think either that she was too crazy to approach or that she would attract too much attention. This delighted and impressed me. It seemed indicative of the beat of the locale - art as the best defense in a dangerous but exciting world."

E mia traduzione a braccio:
"Per un po' fui felice a New York. L'energia e la vitalità della città mi ispiravano e mi aiutavano ad aver fiducia e le strade dell'East Village sembrava brulicassero di persone che apprezzassero l'espressione artistica e l'eccentricità. Questo trasmetteva un senso di pericolo e di accoglienza allo stesso tempo. Ogni notte all'una, stando sdraiato a letto, sentivo una donna cantare le più belle arie d'opera. Sembrava un angelo fluttuante sopra le sirene e i tetti di catrame. Ho poi scoperto che era un'aspirante cantante d'opera che lavorava in un bar della zona e che nel tornare a casa alla fine del suo turno camminava per la strada cantando a squarciagola. Lo faceva per protezione, pensando che un malintenzionato avrebbe pensato che o era troppo matta per averci a che fare oppure avrebbe attirato troppa attenzione. La cosa mi colpì molto e mi impressionò. Sembrava indicativo dello spirito del luogo: l'arte come migliore difesa in un mondo pericoloso, ma eccitante."

mercoledì 5 gennaio 2011

granpa's guitar

A fine anno mi sono fatto un regalo a cui pensavo da tempo, da diversi mesi per la verità. Mi son comprato una chitarra acustica. Ho trovato un'offerta interessante da Ghisleri, un pacchetto che oltre ad una chitarra Cort (ovviamente un'entry level per un impedito come me) forniva custodia, accordatore, corde di scorta e un dvd con qualche lezione per muovere i primi passi.

Non sono mai stato particolarmente affascinato dalla chitarra, ho e avrò sempre una passione viscerale per la batteria, ma da quando ho iniziato ad allargare i miei orizzonti musicali abbracciando anche il soft rock, o folk rock forse, alla Jack Johnson, ho iniziato ad aver voglia di mettere le mani su una sei corde giusto per suonare qualche canzone per conto mio. Mi piace l'idea di potermi esprimere con "poco", soprattutto è una sensazione nuova per me quella di avere uno strumento che sia portatile e che si possa suonare persino in appartamento!

Le basi minime me le sto facendo grazie ad un programma del Mac che contiene otto lezioni per cominciare. Le trovo piacevoli e molto chiare. Ovviamente sono ancora agli inizi, però ho superato la fase "non riesco a schiacciare una corda senza bloccare quelle vicine" arrivando a "faccio una gran fatica a passare da un accordo all'altro," e direi che è già un grande risultato! Non ho nessuna fretta, quando posso mi metto sul divano e strimpello un po', cercando almeno un minimo di costanza anche per farmi il callo sulle dita della mano sinistra: le corde sono decisamente dure e all'inizio anche solo il posizionare le dita per l'accordo faceva male! Ora va già meglio, comincio ad avere un'autonomia di una manciata di minuti...

Giusto perché non bastava sentirmi dare del nonnino da quando faccio taichi, ci si sono messi anche i Dethklok a prendermi in giro! Giusto due giorni dopo l'acquisto, ho visto questo pezzo in una puntata di Metalocalypse! Eh si, ormai sono proprio diversamente giovane...

domenica 12 dicembre 2010

meno venti domande


Leggendo la rubrica di Nick Hornby sui consigli per la lettura, riportata da Internazionale, mi sono imbattuto in un gioco curioso, ideato dal fisico John Wheeler per spiegare il funzionamento della meccanica quantistica. Horny lo citava avendolo letto nel libro "The Conversations", un dialogo tra lo scrittore Michael Ondaatje e il montatore cinematografico Walter Murch.

Questo gioco è una variante del più conosciuto "venti domande": una persona lascia la stanza per qualche minuto, mentre gli altri presenti scelgono insieme un oggetto. Quando la persona ritorna, avrà venti domande a disposizione per indovinare l'oggetto. Nella versione di Wheeler, invece, le persone che rimangono nella stanza scelgono un oggetto privatamente, ognuno il suo, senza dirlo agli altri. Quando il gioco delle "meno venti domande" comincia con la prima domanda, la risposta che verrà data influenzerà non solo la persona che deve indovinare l'oggetto, ma anche tutti gli altri, che dovranno scegliere un'altro oggetto se quello prescelto in precedenza non soddisfa la risposta data da un loro compagno in precedenza.

Il bello di questo gioco è che nessuno sa cosa gli altri stiano pensando, ma nonostante questo il gioco procede comunque e spesso, anche se non sempre, si arriva all'individuazione di un oggetto che soddisfa la scelta fatta da tutti. Quello che però mi ha affascinato è come Murch lo prenda ad esempio per spiegare come funzioni la creazione di un film. Citando dal blog di Philip Graham, dove ho trovato la spiegazione del gioco: "Il casting influenzerà come il costumista vestirà il protagonista, cosa che a sua volta influenzerà il design del set da parte del direttore artistico, influenzando a sua volta..." Nonostante tutte queste variazioni rispetto ad un'idea iniziale, in film prenderà comunque forma.

Simile potrebbe essere anche la stesura di un libro, come sottolinea Graham: non si parte dalla prima riga della prima pagina arrivando alla fine in maniera lineare. Spesso quello che era l'inizio si sposta più in là nel libro, a metà o magari verso la fine. Si interrompe la stesura di un capitolo per passare a lavorare su un altro grazie alle idee e alle influenze di quello che si è scritto finora, per poi tornare al capitolo incompleto e procedere in una maniera che all'inizio non si era prevista.

Ho trovato la trascrizione presa dal libro di Ondaatje, eccola qui sotto, in lingua originale.


(from The Conversations: Walter Murch and the Art of Editing Film)

Murch: There’s a great game–I forget whether we’ve talked about it–Negative Twenty Questions?

Ondaatje: No, we haven’t talked about it.

Murch: It was invented by John Wheeler, a quantum physicist who was a young graduate student of Niels Bohr’s in the 1930s. Wheeler is the man who invented the term “black hole”. He’s an extremely articulate proponent of the best of twentieth-century physics. Still alive, and I believe still teaching, writing.

Anyway, he thought up a parlour game that reflects the way the world is constructed at a quantum level. It involves, say, four people: Michael, Anthony, Walter, and Aggie. From the point of view of one of those people, Michael, the game that’s being played is the normal Twenty Questions–Ordinary Twenty Questions, I guess you’d call it. So Michael leaves the room, under the illusion that the other three players are going to look around and collectively decide on the chosen object to be guessed by him–say, the alarm clock. Michael expects that when they’ve made their decision they will ask him to come back in and try to guess the object in fewer than twenty questions. Under normal circumstances, the game is a mixture of perspicacity and luck: No, it’s not bigger than a breadbox. No,you can’t eat it….Those kinds of things.

But in Wheeler’s version of the game, when Michael leaves the room, the three remaining players don’t communicate with one another at all. Instead, each of them silently decides on an object. Then they call Michael back in.So, there’s a disparity between what Michael believes and what the underlying truth is: Nobodyknows what anyone else is thinking. The game proceeds regardless, which is where the fun comes in.

Michael asks Walter: Is the object bigger than a breadbox? Walter–who has picked the alarm clock–says, No. Now, Anthony has chosen the sofa, which is bigger than abreadbox. And since Michael is going to ask him the next question, Anthony must quickly look around the room and come up with something else–a coffee cup!–which is smaller than a breadbox. So when Michael asks Anthony, If I emptied out my pockets could I put their contents in this object? Anthony says, Yes. Now Aggie’s choice may have been the small pumpkin carved for Halloween, which could also contain Michael’s keys and coins, so when Michael says, Is it edible? Aggie says, Yes. That’s a problem for Walter andAnthony, who have chosen inedible objects: they now have to change their selection to something edible, hollow, and smaller than a breadbox.

So a complex vortex of decision making is set up, a logical but unpredictable chain of ifs andthens. To end successfully, the game must produce, in fewer than twenty questions, an object that satisfies all of the logical requirements: smaller than a breadbox, edible, hollow, et cetera. Two things can happen: Success–this vortex can give birth to an answer that will seem to be inevitable in retrospect: Of course! It’s the —-! And the game ends with Michael still believing he has just played Ordinary Twenty Questions. In fact, no one chose the —- to start with, and Anthony, Walter, and Aggie have been sweating it out, doing these hidden mental gymnastics, always one step ahead of failure. Which is the other possible result: Failure–the game can break down catastrophically. By question 15, let’s say, the questions asked have generated logical requirements so complex that nothing in the room can satisfy them. And when Michael asks Anthony the sixteenth question, Anthony breaks down and has to confess that he doesn’t know, and Michael is finally let in on the secret: The game was Negative Twenty Questions all along. Wheeler suggests that the nature of perception and reality, at the quantum level, and perhaps above, is somehow similar to this game.

When I read about this, it reminded me acutely of filmmaking. There is an agreed-upon game, which is the screenplay, but in the process of making the film, there are so many variables that everyone has a slightly different interpretation of the screenplay. The cameraman develops an opinion, then is told that Clark Gable has been cast in that part. He thinks, Gable? Huh, I didn’t think it would be Gable. If it’s Gable, I’m going to have to replan. Then the art director does something to the set, and the actor says, This is my apartment? All right, if this is my apartment, then I’m a slightly different person from who I thought I was: I will change my performance. The camera operator following him thinks, Why is he doing that? Oh, it’s because… All right, I’ll have to widen out because he’s doing these unpredictable things. And then the editor does something unexpected with those images and this gives the director an idea about the script, so he changes a line. And so the costumer sees that and decides the actor can’t wear dungarees. And so it goes, with everyone continuously modifying their preconceptions. A film can succeed in the end, spiralling in on itself to a final result that looks as if it has been predicted long in advance in every detail. But in fact it grew out of a mad scramble as everyone involved took advantage of all the various decisions everyone else had been making.

martedì 7 dicembre 2010

बुद्ध

Nuovo arrivo in casa Baroni-Togni, uno splendido Buddha regalatomi da Sergio per il mio trentesimo compleanno! Ecco subito una foto fresca di scatto:


Questo Buddha è stato acquistato recentemente da Sergio durante una vacanza a Bali fatta con il padre. Nella lettera che lo accompagna si fa riferimento "alla strada che porta verso il vulcano Batur", quindi da qualche parte qui nei dintorni. Un'altra informazione interessante contenuta nella lettera è la seguente: "la tradizione vuole che le statue del Buddha non possano essere acquistate per se stessi. Le si può ricevere solo in regalo..." Al di là dei significati religiosi legati al Buddha, mi piace quest'idea che implica il donare come qualcosa di più importante del semplice possesso personale.

Buddismo e induismo hanno un'origine comune e possiedono diversi punti in comune, ma anche alcune differenze sostanziali. Comprensibile lo stupore dei due splendidi Ganesh ricevuti in regalo da Samuele negli anni passati nel veder arrivare questo Buddha baliano! Avranno tempo per fare amicizia, intanto però il Ganeshone ha preteso il dominio sulla camera da letto e una foto separata. Per la cronaca, il Ganesh a sinistra non è in cura dimagrante, proviene (se la memoria non mi inganna) dall'Orissa e rappresenta il simbolismo sempre induista, ma più tribale, di quella regione (Sam correggimi se sbaglio).


Così il Buddha fa ora bella mostra di sé accanto alla super tv di Alessandro, che da Buddha Warrior qual'è credo che apprezzi il nuovo ospite. Che dici Ale, il mio Tai Chi migliorerà grazie all'aura della statuetta? :)

Grazie mille a Sergio per l'ottimo regalo, il Buddha mi ha già detto che ti attende in pellegrinaggio in via Tremana per una visita!

ps: il nome del post è "Buddha" scritto in sanscrito.

sabato 4 dicembre 2010

quello che conta

Si, il blog è un po' cambiato, nell'estetica, nel nome... Ma è solo contorno, giusto così, per rinfrescare un po' il sito. E così l'aspetto del blog credo sia anche più carino.

Vorrei riportarvi due citazioni che ho letto in questi giorni, da fonti diverse, che mi hanno colpito e mi sono rimaste. Apparentemente non c'entrano nulla l'una con l'altra, si passa dall'esperienza traumatica di una situazione di guerra in Afghanistan alle riflessioni di uno storico sulle sue gite in Svizzera con la famiglia, durante la sua infanzia. Però forse questi pensieri non sono così distanti, anzi forse parlano esattamente della stessa cosa. Di come osserviamo la vita nel momento in cui siamo più vicini alla morte, che sia per questioni drammatiche come la guerra del primo esempio, oppure alla fine di una lotta contro la malattia nel secondo. Della ricerca dell'essenziale, degli affetti più cari, dei ricordi più sereni di quello che si è vissuto. Ma spazio alle parole.

"Gli uomini fanno le guerre per il profitto o per un ideale, ma le combattono per il territorio e le donne. Presto o tardi le nobili cause affogano nel sangue e perdono di significato. Presto o tardi morte e sopravvivenza ottundono i sensi. Presto o tardi l'unica logica che resta è quella della sopravvivenza, e l'unica prospettiva la morte. Poi, quando i migliori amici muoiono urlando, e anche gli uomini migliori, folli di dolore e rabbia, perdono la ragione in un abisso insanguinato, quando tutta la giustizia, la bontà e la bellezza del mondo sono strappate via insieme alle gambe, alle braccia e alle teste di fratelli, figli e padri, allora ciò che continua a spingere gli uomini a combattere e a morire è la volontà di proteggere le donne e la terra.
Capisci che è così quando senti parlare gli uomini nelle ore che precedono la battaglia. Parlano delle loro case e delle donne che amano. Capisci che è così quando li guardi morire. Se un soldato in punto di morte è sdraiato al suolo, cerca di affondare le mani nella terra, di afferrarla. Se può, solleva la testa e guarda la montagna, la valle o la pianura. Se è lontano dalla sua terra pensa alla sua casa, e parla del suo villaggio, o della terra in cui è cresciuto. E alla fine un soldato non inveirà contro chi o cosa l'ha ridotto in quelle condizioni, ma sussurrerà il nome della figlia, della sorella, della moglie, della madre, persino mentre invoca il nome del suo Dio. La fine è come l'inizio. Alla fine restano soltanto una donna, e una città."

dal libro "Shantaram", di Gregory David Roberts

"C'è una specie di sentiero che corre lungo la ferrovia tascabile di Muerren. A mezza strada, un piccolo caffè - l'unica fermata sulla linea - serve il classico cestino da viaggio svizzero. Più avanti, la montagna cade a picco nella valle tettonica. Dietro al caffè, potete arrampicarvi fino ai pascoli estivi, con le mucche e i pastori. Oppure potete semplicemente aspettare il prossimo treno: preciso, prevedibile e puntuale al secondo. Lì non succede mai niente: è il luogo più felice del mondo.
Non possiamo scegliere dove cominciare la nostra vita, ma dove finirla sì. Io so dove sarò: in viaggio su quel trenino, senza una destinazione particolare, per sempre."

dalla nota autobiografica "Amo la Svizzera", di Tony Judt (1948-2010)
[Internazionale n°874]

giovedì 25 novembre 2010

bananas


Da un articolo dell'Economist, riportato su Internazionale di questa settimana:

"Secondo la costituzione del Nicaragua, un presidente può essere rieletto per due mandati non consecutivi. Ortega, che ha governato dal 1985 al 1990 ed è stato rieletto nel 2006, non può ripresentarsi. Ma l'ex leader sandinista ha cercato di abolire le limitazioni costituzionali alla sua rielezione. Non riuscendo ad ottenere la maggioranza in parlamento, si è rivolto ai suoi alleati nella corte suprema: i giudici hanno stabilito che il divieto di rielezione viola i suoi diritti umani. Il presidente ha quindi prorogato illegalmente i mandati di questi giudici. Per giustificare questa scelta, i leader del partito sandinista hanno ordinato la stampa di una costituzione riscritta (ma falsa) durante una festa nazionale a settembre. Le autorità elettorali hanno accettato la candidatura di Ortega per il 2011.

Olé, proprio da repubblica delle banane. La parte sulla violazione dei diritti umani è talmente bizzarra che suonerebbe divertente, se non ci fossero in ballo le sorti di un paese.

venerdì 22 ottobre 2010

the ignorant, tight ass club

Leggo questa notizia sul Corriere online, ne riporto qualche riga:

"Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, nè (sic) per loro nè per gli altri. [...] Il Corano inculca al musulmano l'orgoglio di possedere la sola religione vera e completa. [...] Nel Corano poi non c'è uguaglianza tra uomo e donna".

E vorrei rispondere con questo, dalla serie The West Wing, episodio "The Midterms" (2x03):



Come si fa ad invitare al dialogo partendo da queste premesse?? Uno dei corsi che sto seguendo in università si chiama "Storia dell'Islam", basta solo aver seguito un paio d'ore per sapere che "jihad" non vuol dire guerra santa, che il Corano è stato scritto nel VII secolo e che quindi non è il caso di prenderlo alla lettera, che se proprio vogliamo farlo, allora dovremmo precisare che invita ad usare la spada contro gli idolatri ed i pagani, ma non contro ebrei, cristiani e zoorastriani, genti del Libro, a cui è richiesto di sottomettersi pagando una tassa (diverse popolazioni cristiane passate sotto il dominio islamico scoprirono di trovarsi meglio di prima, costava molto meno in tasse...) ed evitando il proselitismo, ma per il resto liberi di professare la loro religione nei loro luoghi di culto.

C'è bisogno che dica io che è l'interpretazione distorta e strumentale del Corano ad essere il vero problema? Ben venga il dialogo interreligioso, se però fatto con serietà. Il mondo arabo ha diversi problemi da affrontare ed è carente sotto diversi aspetti, primi fra tutti il rispetto dei diritti umani e delle donne. Se si vuole davvero fare qualcosa, sarebbe meglio non parlare a vanvera e gettare benzina sul fuoco.

Perché il Corriere non può fare un minimo di approfondimento, invece di riportare queste parole così, senza alcun commento? E' bastato a me aver fatto due lezioni di storia per poter dire due parole al riguardo! Vorrei che in Italia ci fosse un altro tipo di giornalismo.

giovedì 21 ottobre 2010

come i vecchietti nel parco


Da qualche settimana ho iniziato un corso di Tai chi chuan. In realtà questa non è la corretta traslitterazione, ma è così comune e conosciuta che vien difficile pure a me cambiare. Si rifà al sistema di traslitterazione Wade-Giles del XIX secolo, mentre con le regole attuali del pinyin si dovrebbe scrivere Tai ji quan (e visto che sono entrato nel merito, la lettera q va pronunciata come 'ci'). So che pare secondario, ma dopo i tre mesi in università sotto le grinfie della professoressa Amy, molto brava e severa, mi son sentito in dovere di precisare!

Mi sono avvicinato a quest'arte marziale per diversi motivi e grazie alla passione degli amici Alessandro e Vincenzo; quest'ultimo è anche uno degli istruttori. Prima di chiedere a loro qualche informazione, vedevo il Tai ji come una versione sbiadita e lenta di quello che una volta era una forma di combattimento praticata soprattutto dai vecchietti nel parco. Inutile dire che c'è dietro un mondo e che qualsiasi vecchietto che lo pratica ha ora tutto il mio profondo rispetto!

La verità è che quei movimenti lenti e, ad uno sguardo superficiale, semplici, sono in realtà eseguiti con una precisione che va ricercata col tempo e con tanta, tanta pratica. Inoltre lo sforzo che si va a chiedere alle gambe non è affatto indifferente. In questo sono aiutato dalla corsa, che, pur praticata saltuariamente, mi ha dato un po' di muscolatura su cui posso far affidamento. Ma sicuramente i margini di miglioramento e rafforzamento sono tanti e mi fa solo piacere. Lo stesso vale per la cura nei movimenti. Ogni singolo dettaglio dev'essere tenuto in considerazione, dalla posizione delle mani a quella delle ginocchia, dal movimento del busto alla posizione della testa, senza parlare dell'elemento fondamentale, l'allineamento della colonna vertebrale. E tutto questo è fatto per trovare l'equilibrio perfetto e con questo la postura migliore, rafforzando i muscoli che controllano le singole vertebre della spina dorsale garantendo un ovvio benessere a tutto il corpo.

Come in tutte le cose, se si presta attenzione e si è indirizzati nel modo giusto, si scoprono tante cose a cui non si faceva attenzione, si acuiscono i sensi e si impara ad ascoltare sensazioni che non si erano mai sentite prima. Inutile dire che per ora ho solo potuto percepire questa profondità, ci vorrà tanto tempo ed il maestro non smette mai di dircelo, giustamente. Quello che già so è che, affinando il fisico, faccio solo uno dei tanti passi da compiere per poter padroneggiare il Tai chi. La maggior parte del percorso da fare sarà nella mia testa.

La voglia è quella di imparare tutto e subito, ovviamente! Ma cerco di avere pazienza e lavorare con quello che ho. Per descrivere i maestri del Tai ji, la loro fermezza ed il loro perfetto equilibrio nonostante un'apparenza fluida, si usa paragonarli a delle sbarre di ferro avvolte nella seta, o qualcosa di simile. Ecco, quello che percepisco io quando mi esercito è più cannucce di plastica avvolte nella carta igienica... :) Ma tant'è, spero di poter rileggere questo post tra un po' di mesi e vedere quanto percorso ho fatto. Magari tra un po' vi aggiornerò su come procede l'esercizio!