lunedì 7 febbraio 2011

democrazia d'Egitto


Ho letto un "opinione" dello storico Paul Kennedy sull'ultimo Internazionale riguardo Davos e le proteste al Cairo, e sono rimasto piuttosto sconcertato. Ho sempre apprezzato gli articoli di Kennedy, come tutti gli storici riesce a mettere bene le vicende in prospettiva e a dare una buona panoramica internazionale agli eventi di cui parla. Essendo poi appassionato di politica internazionale, quando trovo un suo editoriale sono sempre contento e lo leggo con avido interesse.

Come ovvio, l'ultimo Internazionale ha una bella sezione dedicata alle proteste in Egitto, con diversi commenti ed opinioni, dal mondo arabo e non, tra cui quella di Kennedy. Difficile ribattere a queste sue considerazioni: "Gli studiosi ammonivano da anni che politicamente tutto il Nordafrica era una polveriera. Qualcuno li ha ascoltati? [...] Da almeno quindici anni Washington sembra aver perso di vista il fatto che la pace e la stabilità dell'Egitto e dei paesi vicini sono infinitamente più importanti di quello che può succedere in Afghanistan e perfino in Iraq. Il Cairo è la capitale di uno dei paesi cardine del mondo, Kabul no."

Le affermazioni dei paragrafi successivi, però, hanno cominciato a farmi storcere il naso. Kennedy infatti continua così: "Gli idealisti e i difensori dei diritti umani del nord del mondo ci inviteranno a rallegrarci per la fine dei regimi autoritari e per l'avvento della democrazia dal basso in alcuni paesi arabi. Ma se "democrazia" nel mondo arabo significa semplicemente la vecchia e insufficiente formula "un uomo, un voto" (molto probabilmente in certi paesi le donne non otterranno il diritto di voto), il Mediterraneo e il Medio Oriente sono davvero messi male.
    A quanto ci dicono inviati e corrispondenti, in paesi come lo Yemen, l'Egitto e la Tunisia l'"uomo della strada" è visceralmente antiamericano e antiebraico. [...]
    Forse le rivolte egiziane non faranno la stessa triste fine che a suo tempo portò l'Iran dal regime intollerante dello scià a quello degli ayatollah, ma certo non c'è da scommettere sul progresso pacifico del Nordafrica e del Mondo Arabo.
    Il nostro è un mondo complicato e disorientante, e tentare d'indovinare da che parte stia andando è molto difficile."

Insomma, visto che non possiamo sapere con certezza cosa succederà in Egitto, era meglio avere Mubarak ancora al potere, come è meglio che Gheddafi rimanga a governare in Libia e che gli altri presidenti a vita del Mondo Arabo rimangano dove stanno. Perché invece non rallegrarsi sinceramente che le proteste tunisine ed egiziane siano state sociali, non legate né a partiti politici né a movimenti religiosi? Perché non pensare che una vera svolta democratica sia possibile? Ho già letto e sentito altre volte di certe opinioni secondo cui gli arabi o gli africani non siano "pronti" per la democrazia. In quale modo ci si prepara? Con trent'anni di un governo che non è certamente tra i più autoritari della regione, ma che comunque tiene per sé la maggioranza dei guadagni derivati dallo sviluppo dell'ultimo decennio, senza fare investimenti e senza migliorare la condizione delle classi più disagiate?

A me sembra che si voglia solo difendere uno status quo che faceva comunque comodo. Le rivolte iraniane all'inizio erano anch'esse guidate da motivi sociali e non religiosi, ma poi le guide religiose (comunque molto più potenti e sviluppate di quelle egiziane) sfruttarono l'incertezza dei mesi seguenti per prendere il sopravvento. E poi credo sia cosa risaputa che non c'è nulla di meglio per combattere il fondamentalismo che lo sviluppo sociale. Proprio per questo anche ai Fratelli Musulmani faceva comodo il regime di Mubarak. Da un articolo dello Spiegel: "Secondo i loro avversari, i Fratelli Musulmani vogliono sfruttare gli strumenti democratici per conquistare il potere una volta per tutte. Ma Hala Mustafa, una nota analista politica egiziana, non è d'accordo: "I Fratelli Musulmani sono utili al regime di Mubarak. Rappresentano una precisa immagine del nemico, fornendo un'ottima scusa al governo per potenziare l'apparato di sicurezza". Anche secondo il sociologo della Cairo university Hassan Nafaa c'è un rapporto simbiotico tra il regime laico e gli oppositori islamisti: "I Fratelli Musulmani sanno che al loro movimento fanno comodo lo status quo e il malcontento sociale. Anzi, è proprio questo che gli garantisce un numero sempre maggiore di sostenitori."
    Questo potrebbe spiegare perché gli islamisti ci hanno messo così tanto a reagire alle proteste e perché, in fin dei conti, hanno esitato prima di annunciare la loro partecipazione. "Una protesta che non sei in grado di controllare può facilmente prendere un'altra strada, una direzione realmente democratica", dice Mustafa."

E' quest'ultima ipotesi quella che avrei voluto sentire da Kennedy, non come certo risultato delle proteste, ma come evento comunque possibile e motivo sano di rivolta. Invece no, ci si preoccupa dell'antiamericanismo delle popolazioni mediorientali, come se fosse una malattia generalizzata senza un'origine chiara, quando invece non mi sembra difficile collegare i puntini e pensare che è difficile farsi amiche quelle popolazioni se si supportano i regimi che le opprimono.

Mi sembra che ci sia sempre tanta e troppa ipocrisia. A me sta anche bene che uno mi dica che preferisce lo status quo, ma voglio motivazioni che vadano oltre la Rivoluzione Islamica dell'Iran, come se fosse l'unico esito possibile e inevitabile di una protesta in Medio Oriente. (Poi anche sul tema Iran le ipocrisie son tante, leggevo proprio oggi che nell'ultimo anno, a dispetto dell'embargo, Germania ed Italia hanno aumentato di diverse decine di punti percentuali gli scambi commerciali con questo paese. E' il commercio, bellezza.)

Sono io che sono troppo ingenuo?

4 commenti:

  1. Non sei tu ingenuo, sono io che non sono più abituato a leggere articoli online più lunghi di 5 righe!!!! eh eh. Sei un uomo dalla penna CALDA. Bravo bravo...
    Bhè dai, anche il kennedy il momento di sano cinismo l'ha detta come tu hai ben citato: concentriamoci sul Cairo...chi se ne xxx di Kabul. Frasi forti. Di questi tempi direi..concentriamoci su Detroit, chi se ne frega di Torino..ha detto qualcuno...
    Tante volte, mi piace leggere giusto per non avere la risposta giusto, ma poter sceglere tra la più simpatica di quelle sbagliate. eh eh

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  2. Soprattutto mi pare che inverta completamente causa ed effetto: dice di appoggiare il regime per evitare derive integraliste, quando proprio l'appoggio dato da Usa e Uk al regime Shah (per inciso ben piu' tirannico e sanguinario di quello di Mubarak) è stato quello che ha portato all'esasperazione la popolazione iraniana e alla conseguente rivoluzione.
    Ma pare che dagli errori non si impari proprio...
    Come pure mi pare una inversione di causa ed effetto usare l'antiamericanismo dell'uomo della strada per impedirgli di votare. Forse sarebbe il caso di chidersi perchè l'antiamericanismo è cosi' diffuso nel mondo arabo, e capire quali sono le cause che ci stanno dietro...
    Bel post comunque!
    SAM

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  3. Sembra prorpio che di questi tempi chi non è filoamericano, e quindi controllabile e incanalabile, spaventi........... L'arroganza e l'ipocrisia occidentale rischia di farsi troppi nemici che un giorno o l'altro sarà davvero difficile sostenere.

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  4. Eh, bravo, poi quando succede un 11 settembre cadono dalle nuvole dicendo: ma perché ci vogliono male?!? Lungi da me giustificare un attentato, però almeno renditi conto della situazione.

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