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mercoledì 14 novembre 2012

a Maratona e ritorno

Finalmente, dopo mesi di preparazione, ho corso la mia prima maratona. Tantissime emozioni, ancora adesso a più di 24 ore di distanza. Credo che certi ricordi rimarranno indelebili nella mia memoria, intanto ho dei ricordi fisici nelle gambe che invece spero spariscano presto! Ma pure quelli hanno un che di positivo, ricordo delle fatiche estreme fatte sullo storico percorso da Maratona ad Atene.


lo stadio Panathinaiko, teatro dell'arrivo della Maratona

Ma andiamo con ordine, voglio partire da lontano, cioè dalla mezza maratona corsa a fine 2011. A quel tempo, era la corsa più lunga che avessi mai fatto, 21,1 chilometri. Mi ero detto, faccio questa distanza e vedo come va, poi deciderò se preparare una maratona o meno. La corsa andò bene, soprattutto grazie al "pacer" Sergio, che per tutto il tempo mi spronò a non rallentare e tenere un bel ritmo. Poi però, raggiunto l'obiettivo con tanta soddisfazione, mi sono distratto un po', non ho più ripreso a correre regolarmente e mi sono arreso al freddo dell'inverno.

Trasferitomi a Stezzano, mi era tornata voglia di fare qualche corsa anche per scoprire i dintorni della mia nuova casa, ma tra il dire e il fare è passato quasi un mese. Poi, non ricordo più nemmeno come e perché, mi è scattato qualcosa, mi son deciso a prepararmi per tutti e 42,2 chilometri della maratona. Non avevo grandi pretese, mi ero detto che, avendo fatto la mezza a Bergamo nel 2011, avrei potuto correre ancora sul percorso di casa, questa volta raddoppiando le distanze. Purtroppo però, dopo i disguidi organizzativi dell'anno passato, la maratona a Bergamo nel 2012 non era in programma. Che fare? La maratona di Roma sarebbe stata a marzo, quella di Milano ad aprile, impossibile prepararsi per tempo. Mi ci voleva una maratona a fine anno. E lì mi son ricordato della maratona in Grecia di cui mi parlò Sergio. Mi son detto che non poteva esserci modo migliore e percorso più adatto per correre i miei primi 42 e 2, e così non c'ho pensato molto e mi sono subito iscritto, per non perdere lo slancio e per avere uno stimolo e un obiettivo ben preciso per la preparazione. Prima della fine di marzo ero tra i partecipanti! Ormai non avevo più scuse, era ora di mettersi sotto.

Ci sono diverse scuole di pensiero riguardo la corsa, come probabilmente ogni cosa. C'è chi per preparare una maratona parte da una base di almeno 40 chilometri a settimana e da lì aumenta e anche parecchio, con più di quattro corse a settimana, altri invece pensano che tre corse a settimana siano più che sufficienti e che non serva correre più di 50 chilometri ogni sette giorni, infine mi è stato anche consigliato di non correre mai più di 15 chilometri perché avrei affaticato inutilmente il corpo. Insomma, ognuno ha la sua opinione e non è facile capire bene cosa sia meglio. Io, che son sempre stato un testone e che spesso mi fisso troppo senza guardarmi bene intorno, sono partito a mille e soprattutto senza avere dei riferimenti nel passo da tenere. Facevo ogni corsa come se dovessi migliorare i miei tempi, dando sempre molto, ma così non si va lontano, soprattutto se ti stai preparando per una lunga distanza. Stavo stressando troppo il mio corpo, chiedevo uno sforzo non adeguato alle mie capacità e alle mie gambe, e così usciva sempre qualche fastidio a non darmi tranquillità.

Poi, quasi per caso, andando in un negozio a cercare un paio di scarpe nuove ho incontrato un ragazzo dell'ASICS che mi ha fatto il test per verificare l'appoggio del piede e quindi consigliarmi il modello di scarpa da corsa adatto a me. Oltre a questo, mi ha consigliato il sito myasics per tenere nota dei miei progressi e, soprattutto, per crearmi un piano d'allenamento su misura. Devo dire che mi sono subito trovato molto bene, era la giusta via di mezzo che cercavo (quattro corse a settimana, di cui all'inizio tre impegnative e una più rilassata, che in seguito diventano due e due), con riferimenti precisi sul passo da tenere (in base al tempo finale che si vorrebbe raggiungere in gara che si dà come riferimento creando il programma personalizzato). L'allenamento mirato sarebbe iniziato a fine maggio, per cinque mesi.


lo stadio visto dalla collina dell'Acropoli

All'inizio le distanze non erano troppo impegnative, ma certe corse dai ritmi sostenuti mi provavano abbastanza. Bello però vedere come in questa maniera riuscivo a costruirmi la muscolatura giusta e la resistenza, oltre all'abitudine a tener duro per distanze sempre più lunghe, fisicamente, ma soprattutto mentalmente. Non ho mai corso con lettori mp3 ascoltando musica, quello che mi piace della corsa è che mi fa staccare dagli impegni quotidiani, un ritaglio di tempo solo per me, in cui ci si deve concentrare solo sull'obiettivo di quel particolare allenamento e a nient'altro. Inoltre, per mezzora, un'ora o quello che è, non si è raggiungibili, nessuna interruzione esterna. E' quasi una sorta di meditazione per me. Non voglio quindi avere qualcosa che da un lato potrebbe probabilmente distrarmi e farmi passare meglio il tempo come la musica, ma che non mi permetterebbe di allenare la mente a gestire sforzi così prolungati nel tempo. Che poi alla fine c'è chi si porta la musica anche durante la corsa, ne ho visti diversi ieri, quindi il problema non si porrebbe, ma per ora a me piace così.

Piano piano i chilometri sono aumentati e così anche quello che era il mio limite finora corso, quello della mezza maratona, è stato migliorato. Prima 22,5, poi 27. Fino a quel momento non avevo avuto grossi problemi, alcune corse erano andate meglio, altre meno, ma in generale ero riuscito a mantenere il programma, a volte andando persino meglio di quanto avrei dovuto. Purtroppo far coincidere gli allenamenti lunghi della domenica con un lavoro su turni e anche nel weekend non è facile, così quando mi son ritrovato a fare 27 chilometri dopo una sveglia all'alba e otto ore di lavoro, ho dovuto veramente far ricorso a tutte le mie capacità di resistenza per portarli a termine. Poco dopo è andata ancora peggio con il primo dei due lunghi da 30 chilometri, sempre dopo il turno d'apertura al lavoro: mi sono arreso a 25, dopo aver dato tutto fino ai 20 e aver raschiato il barile delle mie energie per altri cinque miseri chilometri. Semplicemente non ne avevo proprio più. E questo sforzo eccessivo ha compromesso un'intera settimana di lavoro, perché qualche giorno dopo, durante una corsa tranquilla, ho avvertito una fitta allo stinco. Ovviamente, furbo come sono, non ho pensato a fermarmi subito, no, ho tenuto duro e stretto i denti fino alla fine, in pratica aggravando ancora di più il problema. Avrebbe anche un nome l'infortunio che ho avuto, ma ora non me lo ricordo più… Fatto sta che non riuscivo più a piegare il piede destro, dovevo tenerlo rigido per non sentir dolore.

Una settimana senza correre a un mese dalla gara e umore a zero, mi sembrava di non poter più recuperare e di aver compromesso tutto. Per fortuna ho avuto sostegno da molte parti, prima di tutto dalla mia ragazza, e così ho piano piano riacquistato fiducia. Può sembrare una reazione eccessiva la mia, e sicuramente lo è stata, ma quando si è così presi dagli allenamenti, anche solo l'idea di doverne saltare uno fa star male. E' sbagliato, ripeto, e devo imparare ad essere più flessibile. Ma se non si avesse questa dedizione, non si uscirebbe a correre dopo il lavoro, con la pioggia e il freddo, o non ci si alzerebbe la mattina presto per dei lunghi di un paio d'ore per poi passare otto ore di lavoro in piedi. In ogni caso, saltato il secondo allenamento da 30 chilometri, mi rimaneva solo l'ultimo lungo da 35 prima della maratona. Volevo che adasse bene, doveva andare bene, e per fortuna così è stato. Sveglia prima delle 7, pasta condita solo con olio per fare pieno di carboidrati e via a correre, sette giri del mio solito percorso da 5 chilometri in paese. Questa è stata la corsa che mi ha dato fiducia e tranquillità, ho corso 27, 28 chilometri tranquillamente, ho poi cominciato a sentire la fatica, ma nemmeno tanta quanto pensassi. L'ultimo giro è stato duro, ma è passato e da lì mancavano solo 7 chilometri (e 195 metri…) e avrei corso una maratona intera. Ce la potevo fare. Peccato però che non avessi fatto i conti con il mio ego e con la voglia di strafare!

Ma andiamo con ordine. Ho affrontato gli ultimi giorni con tanta voglia di arrivare al giorno della gara, sereno e tranquillo per la preparazione e fiducioso per un buon risultato. Atene mi ha accolto davvero bene, casini per lo sciopero generale a parte. L'hotel si è rivelato ottimo, per posizione e personale cortese, la città ha un'ottima atmosfera e la sua storia mi ha davvero coinvolto. Questo non ha fatto altro che aggiungere emozione per l'impresa che stavo per tentare. Col senno di poi, passare giovedì, venerdì e sabato mattina facendo su e giù per la città è stato un grandissimo errore. Avendo ormai un buon allenamento, non sentivo la stanchezza, non mi rendevo conto di quello che stavo chiedendo alle mie gambe, l'ho capito quando sono andato a cercare altro carburante nel momento di crisi durante la gara e non ne ho trovato più. Non sono dispiaciuto, non so se e quando tornerò ad Atene, l'idea di visitare la città era in cantiere e sono contento d'averlo fatto per quello che mi ha lasciato. Però ho in effetti preteso troppo dalle mie capacità.

La notte prima della gara è passata anche meglio di quanto pensassi, ero ansioso, ma non agitato, e ho dormito quasi sei ore, con la sveglia alle 5 ad aspettarmi. Alla consegna delle chiavi qui in hotel ho trovato un indiano alla reception che mi ha chiesto perché stessi per andare a correre per così tanti chilometri. "Ma ti pagano?", mi ha domandato seriamente. Proprio non riusciva a concepire come io pagassi il viaggio e l'iscrizione, solo per faticare come un mulo per 42,2 chilometri! E la cosa lo divertiva pure! E ha divertito anche me, che cercavo di spiegargli inutilmente come in cambio si ricevesse qualcosa che non è materiale, ma che nessuno ti porterà via per tutta la vita.

Volendo far tutto per tempo, ho raggiunto uno dei tre punti di raccolta per l'andata verso Maratona proprio alla partenza dei primi mezzi, alle 5:30. Lo sforzo organizzativo non è stato da poco, considerando che c'erano novemila persone da portare al via! La fila di pullman era impressionante e sarebbe continuata per un'oretta buona. Il viaggio è stato lungo (tanti semafori dove noi avremmo rotatorie), ma soprattutto mi ha spaventato quanti tratti fossero in discesa, e nemmeno leggera, perché quella era esattamente la strada che avrei fatto io al ritorno, di corsa. Sapevo che il percorso era in salita dal 10° al 32° chilometri, ma pensavo più a pendenze poco percettibili, non a vere e proprie salite! Ancora una volta però devo fare mea culpa, la difficoltà del tracciato mi era stata mostrata chiaramente davanti agli occhi solo poche ore prima della gara, ed io l'ho ignorata allegramente.

Arrivato a Maratona, il tempo mi è passato più in fretta di quanto pensassi. Dalle 6 e mezzo in poi ho prima messo sotto i denti qualcosa, poi ho fatto diverse tappe ai bagni (l'ansia e l'attesa mi fanno sempre questo effetto) e poi, verso le 8, mi sono preparato in tenuta da gara consegnando la sacca agli organizzatori. Con 14,4° C la temperatura era forse ideale per lo sforzo che mi attendeva, ma al momento faceva davvero freddo a stare in maglietta smanicata traspirante e pantaloncini!


allegro e sorridente alla partenza (sulla destra), ancora non so cosa mi aspetta

Tutto dimenticato al via però, con partenza ufficiale alle 9 e partenza del mio blocco alle 9:11. Tanta emozione, ottime sensazioni sulla mia corsa, son partito con un buon ritmo, ma già dopo il primo chilometro ho sbagliato tutto. Me l'avevano detto tante volte, vai piano all'inizio che la gara è lunga, ho anche ignorato l'avviso chiarissimo ricevuto giusto prima di partire da Alberto, che di maratone sulle gambe ne ha diverse: se all'inizio ti senti bene, rallenta! Non sprecare tutto all'inizio che tanto poi recuperi alla fine. Non so che dire, io mi sentivo bene e invece di tenere il passo al chilometro che mi ero prefissato vedevo che riuscivo tranquillamente a star sotto, prima di 10 secondi, poi anche oltre. Un'eternità, nella corsa. Anche quando al decimo chilometro è arrivata la salita, ho continuato a spingere, ormai ero lanciato. Primi 10 chilometri in 49 minuti e qualcosa, sono arrivato a metà gara con solo due minuti in più dal tempo della corsa fatta a Bergamo nel 2011, 1 ora e 43 minuti, solo che qui metà del percorso era stato in salita. Verso il 23° chilometro ho capito che cavolata avessi fatto: la strada continuava a salire e le mie gambe si indurivano sempre di più. Al 27° sono cominciati i crampi al quadricipite della gamba destra, compagni di viaggio praticamente fino alla fine. Da lì è cominciata un'agonia tremenda, e prima del 29° chilometro il primo stop, praticamente la svolta della corsa.


l'ingresso allo stadio, non esattamente in splendida forma

In quel momento mi rendo conto che sarà impossibile finire entro le 4 ore e per un attimo mi arrabbio con me stesso. Capisco però che a quello ci penserò dopo, ora devo continuare, quindi cerco di far passare il crampo e cammino fino a che il muscolo si rilassa, riprendo a correre, ma duro meno di un chilometro. Altro stop e poi un pochino più sciolto. Al 31° faccio seriamente fatica anche solo a camminare e lì, per un attimo, ho serissimi dubbi di riuscire a vedere il traguardo. La delusione è stata fortissima, mi stavo davvero per disperare, poi riprendo una corsetta che da fuori dev'essere stata proprio ridicola, piccoli passi e gambe pratiamente ingessate. Anche l'udito mi ha avvertito che qualcosa non stava andando troppo bene: sentivo tutto in maniera ovattata, ho capito poi che era la pressione che si era abbassata. Si sarebbe ripresa solo una mezzora dopo l'arrivo. Ma io dovevo finire, dovevo per forza arrivare alla fine, avessi dovuto anche solo camminare fino ad Atene. In pratica ho continuato un on/off di corsa e camminata ad ogni crampo, oltre a quello poi non mi sentivo davvero energie, avevo dato davvero tutto troppo presto, molto presto. Per fortuna il tracciato aveva smesso di salire. Non è che in discesa sentissi meno fatica o dolore, ma per lo meno sapevo di aver scollinato.


davanti a me l'arrivo, un paio di metri e l'agonia è finita

Visitando qualche giorno prima lo splendido stadio Panathinaiko, dov'era situato l'arrivo della maratona, mi ero immaginato cosa sarebbe successo di lì a qualche manciata di ore, le tante emozioni del passare finalmente il traguardo. Invece domenica ho raggiunto lo stadio, la musica ad alto volume, le persone che salutavano e ho tagliato il traguardo praticamente senza emozioni. Ero solo contento di non dover più faticare, di non dover più tentare di correre. Ero svuotato. Mi sono appoggiato ad una transenna, volevo sedermi, ma ho pensato che mi avrebbero fatto troppo male le gambe a rialzarmi. Così sono andato, come tutti gli altri, verso l'uscita. Appena prima c'era la consegna delle medaglie. Una ragazza me la mette al collo dicendo "Congratulations!", la ringrazio e continuo a camminare. Do un bacio alla medaglia tanto per, come se fosse un atto dovuto, ma qualcosa scatta dentro di me. Quello è stato il mio traguardo, solo lì mi sono reso conto che avevo finito la corsa, che ero arrivato alla fine. Con 35 minuti in più di quanto mi ero prefissato, oltre il limite delle 4 ore che davo decisamente per scontato, ma ero arrivato. Un attimo dopo qualche singhiozzo e poi ho cominciato proprio a piangere, liberando tutta la tensione accumulata durante la corsa e la lotta con i miei errori e la mia mancanza di energie.


sciolta la tensione e con la medaglia al collo, compare il primo sorriso 

Da quel momento, solo soddisfazione e felicità. Avrò modo di rifarmi se ne avrò voglia (e dalle sensazioni che sento, credo che avverrà molto presto, ma ne riparleremo), intanto sto portando a casa una medaglia che è solo un oggetto, ma rappresenta una battaglia che sono orgoglioso di aver vinto. Ho lottato contro me stesso, contro la voglia di smettere, contro i dolori e le energie che non c'erano più, contro soprattutto i miei errori da vero e proprio principiante. Per una minima mia discolpa, posso dire di aver voluto spingere perché un mio grande errore, nella corsa e in tante altre cose, è quello di non osare mai abbastanza. Non volevo tornare a casa pensando che avrei potuto dare di più. Da qui all'enorme errore di valutazione che ho fatto ce ne passa, me ne rendo conto, ma almeno potete capire da dove sia partita quella spinta a non risparmiarmi nemmeno all'inizio. Devo decisamente rivalutare la capacità di pensare alla corsa e alla distanza e calibrare meglio le energie, ma alla prima maratona direi che ci può stare. E soprattutto, non avrei mai e poi mai potuto accettare un ritiro, e sono contento di non averlo fatto, nonostante non abbia mai sofferto così tanto in vita mia.

Come faccio a spiegare tutto questo all'indiano alla reception?

lunedì 21 novembre 2011

gita a Mandello


Per festeggiare a dovere il primo giorno ufficiale di ferie dal lavoro ho voluto fare una gita nel pomeriggio a Mandello del Lario per visitare il museo Moto Guzzi: tre corridoi gremiti di moto, dai primi esperimenti alle ultime arrivate, o quasi, della casa dell'aquila. Nonostante sia passato per quelle strade qualche decina di volte quand'ero piccolo (andavo in vacanza con la famiglia a Dervio, più a nord, sempre sul lago di Como), solo in tempi recenti, con l'interessamento verso il mondo motociclistico, ho scoperto che il marchio Guzzi aveva sede così vicino a casa. Da appassionato dei viaggi di Ewan e Charley inoltre, mi sono particolarmente emozionato quando ho scoperto della loro visita al museo durante i primi giorni del loro Long Way Down. Ecco il video, dal quarto minuto sono a Mandello.


Era da tanto quindi che pensavo di visitarlo e così oggi ho preso la scusa delle ferie per andarci. La giornata è stata piuttosto grigia, ma senza nebbia e senza gran traffico. Sono arrivato in anticipo ed ho aspettato le 15, ora di apertura, davanti al mitico cancello rosso. Nell'attesa mi son visto sfrecciare davanti due Stelvio guidate dai tester, già quella è stata una bella scossa d'adrenalina!


Il museo ospita all'incirca 250 modelli, compreso qualche esperimento rimasto tale, dalla prima moto con molleggio posteriore non capita dal mercato (la Guzzi ha dovuto abbandonare l'idea, fino a quando qualche altro produttore non è riuscito ad imporla), ad un'altra con un bel paio di sci per la neve, dedicata al mercato finlandese!


Corsa C4V, notare la sella praticamente sulla ruota posteriore


250 Compressore
correreste a più di 200 km/h su questa moto??

Splendidi i modelli carenati da velocità, emozionante la V7 Record o la 8 cilindri (la si vede anche nel filmato di Long Way Down, è quella su cui sale Ewan).


sbaglio o è il mitico Radillon di Spa-Francorchamps?


350, campione del mondo nel 1955




stupenda V7 Record


direi che si commenta da sola...


Otto Cilindri, un mostro a V da 500 cm3, 72 cv e 285 km/h


I modelli storici sono bellissimi, soprattutto quelli più avveniristici o estremi, ma per me Guzzi vuol dire motore a V trasversale. Pensavo e speravo di vedere più V7 Sport, ce n'era invece solo una verso la fine e senza il mitico telaio in rosso. Diverse erano invece le Le Mans, più o meno carenate, o le V7 in versione Polizia (utilizzate anche dalle Highway Patrol in diversi stati americani).


V!


V7 Special, la "mucca"


la storica V7 Sport


una delle 850 Le Mans in esposizione, terza serie



Moto Guzzi anche alla Parigi-Dakar


la Convert 1000 per le polizie americane, con cambio automatico


All'EICMA ho potuto ammirare il restyling della V7 Classic (ora solo V7), stupenda nella colorazione nero opaco e con i cerchi in lega (in pratica la stessa mossa fatta da Triumph nel 2009 con la Bonneville), interpretazione del classico in chiave più moderna. Bellissima.


Gita davvero piacevole, un tuffo nella storia di un marchio conosciuto in tutto il mondo ed in ripresa grazie ai milioni di euro investiti dalla proprietaria Piaggio. Non posso non chiudere col mitico video di Nico Cereghini sulla storia del motore V7. Grande Guzzi e grande Nico!

sabato 6 agosto 2011

knee-deep in mergozzo


L'ultimo weekend di luglio ho avuto la fortuna di sfruttare i giorni di riposo dal lavoro capitati giusto di sabato e domenica per una gita a Verbania con gli amici del taichi: Vinz, Ale e Mirko. L'occasione era la graditissima ospitalità di Antonio, istruttore di taichi della scuola di Marcello, persona splendida nonché praticante dalle spettacolari capacità!


Partiti leggerissimamente in ritardo (intorno all'ora dopo rispetto ai piani...) siamo giunti a Verbania verso metà mattina. Recuperati da Antonio, abbiamo giusto lasciato i bagagli a casa sua e cambiati per una sessione di un paio d'ore di pratica, in un angolo di natura davvero bello che proprio mi dispiace non aver catturato in fotografia. E' stato davvero un piacere ritornare a praticare dopo uno stop un po' troppo lungo, salvo qualche serata in compagnia dei soliti sospetti al parco (ultimamente il Montecchio di Nese). Certo le settimane di nullafacenza si sono sentite subito, soprattutto sulle gambe: è inutile, o sono belle presenti e solide, oppure tutto il resto ne risente. In ogni caso è stato molto d'aiuto scoprire qualche esercizio in più per sciogliere bene le anche come si deve, uno dei miei tanti problemi da risolvere e su cui ci sarà davvero tanto da lavorare.

Il tempo è volato e il richiamo del "Signor Carbonara", come diceva Antonio, è diventato sempre più irresistibile! Oltre all'ottima e gradita carbonara, ci si è deliziati il palato anche con bruschette e stuzzichini made by Olivia & Marino (provate gli sfilati alle olive), il tutto bagnato da vino rosso. Cibo, chiacchiere, caffè, ammazzacaffè e si son fatte le 16 senza accorgercene! Dopo un'oretta di graditissima pennica, eccoci pronti a ritornare a praticare: nuovo parco e, dopo un'oretta, nuova compagnia con cinque o sei allievi di Antonio. Abbiamo rivisto gli esercizi di respirazione inversa fatti durante la mattinata e poi provato ad applicarli nel tuishou insieme ai nuovi compagni di pratica. Infine, gran duello dimostrativo tra Antonio e Vinz! Sempre molto coinvolgente vedere un taichi di questo livello!


Una breve passeggiata ci ha riportato in città dove abbiamo cenato in ottima compagnia con una buona pizza (e un pessimo servizio) in riva al fiume. Nonostante la stanchezza e la sveglia sul presto, si è rimasti a parlare fino a tardi, spaziando nei discorsi da Fantozzi allo stile Chen...


Al mattino colazione di commiato da Antonio, davvero un'ottima persona e un gentilissimo ospite, peccato non aver potuto passar più tempo insieme. Recuperata la macchina, abbiamo raggiunto Mergozzo, localita sul lago omonimo consigliataci come luogo adatto per una domenica tranquilla di pratica e relax. E così in effetti è stato: il paesino è molto carino e non molto caotico (era pur sempre una domenica di luglio col bel tempo). Certo i posti dove praticare ce li siamo ricavati un po' noi sul lungolago, coi passanti che si fermavano a commentare tra il divertito e il curioso. Tra le perle: "Ma voi fate parte del taichi?", o la signora che ha chiesto a Vinz: "Fammi sentire la tua forza!"




Nel mezzo un buon pranzo al ristorante, sempre serviti da cameriere ingrugnite, per poi rientrare nel tardo pomeriggio a BG, felici, ma un po' malinconici per la ripresa della routine. Da ripetere sicuramente, sia per rivedere Antonio e praticare insieme, sia per approfondire la conoscenza delle zone che ci sono molto piaciute.


Grazie ad Antonio per l'ottima ospitalità e ai compagni di viaggio per non tirarsi mai indietro quando si tratta di praticare, che sia in casa o in trasferta!

lunedì 23 maggio 2011

stage di taichi


Dal 19 al 22 maggio sono stato al tanto atteso stage con la mia scuola di taichi. Abbiamo soggiornato in un ottimo agriturismo in provincia di Verona, per la cronaca l'Agriturismo dei Grippi, immerso nella quiete dei vigneti e a solo pochi minuti dalle terme di Colà. Quattro giorni splendidi, passati ad approfondire lo studio del taichi, dalla forma al tuishou, ma dedicandosi anche alla meditazione e alla scoperta di routine d'allenamento per il benessere del corpo.

Che la compagnia fosse delle migliori già lo sapevo, ma la serenità, le risate, le lunghe chiacchierate a tavola e la simpatia di tutti mi hanno rapito e davvero conquistato. Le ore di studio passavano come minuti, si arrivava all'ora di pranzo o alla conclusione del pomeriggio proprio senza accorgersene, ovviamente anche grazie all'insegnamento di Max ottimamente calibrato. Se poi al divertimento della pratica del taichi e all'ottima compagnia aggiungete lunghi bagni alle terme, pranzi rigeneranti a base di frutta, pizze con lardo e salamino piccante e grigliate, beh, allora si sfiora la perfezione!

Per darvi una pur minima e vaga idea di come sia stato partecipare a questo stage, ecco un filmato con foto e video fatti durante i quattro giorni. Un po' per pigrizia, un po' per il desiderio di vivere l'esperienza più che registrarla, la mia fotocamera è stata per lo più spenta e così non ho raccolto molto materiale; recupererò quello degli amici che sono stati più meticolosi e attenti (oltre che professionali) nel fotografare e filmare i momenti salienti dello stage, come le sfide di tuishou protratte fino allo scioglimento causa caldo estivo! In ogni caso, ecco il video:



Tra le esperienze più emozionanti, il tentativo (ancora molto maldestro e incerto) di effettuare i primi fajin. Si tratta di un'esplosione di potenza effettuata in brevissimo tempo e in altrettanto breve spazio. Sgombriamo subito il campo da equivoci: non si tratta di evocare magie oscure o di far ricorso a energie mistiche, ma "solo" di imparare a ottimizzare i movimenti del proprio corpo e la sensibilità nel gestirli per poter ottenere il massimo risultato dirompente, appunto in maniera esplosiva, quindi in un arco di tempo limitatissimo. Questa tecnica non si applica ad un movimento specifico, ma ad esempio la si può studiare per metterla in pratica nel tirare pugni, oppure gomitate o spallate. Noi l'abbiamo provata con l'ultimo di questi esempi, e come dicevo, almeno nel mio caso, si tratta delle prime maldestre prove. Però già si intravede qualcosa, si comincia a capire quanto la sensibilità e la sequenzialità nel movimento possano aumentare l'efficacia del risultato finale. E, soprattutto, cosa fondamentale nel taichi, quanto la rilassatezza sia sempre l'elemento chiave, al contrario di quello che si potrebbe pensare quando si parla di tirare una spallata ad un avversario.

Il tuishou poi continua ad essere un modo divertente e per quel che mi riguarda immancabile per migliorare il taichi. Ho la fortuna di aver trovato un gruppo affiatato e appassionato che mi ha permesso di crescere tantissimo, se la si unisce alla costanza nell'allenamento direi che si hanno ingredienti giusti per un miglioramento costante. Sentir parlare di possibili prove agonistiche nei mesi futuri non fa che mettermi ulteriore voglia di impegnarmi! Le sessioni di tuishou durante lo stage, soprattutto quelle in cui si cambiava partner di continuo e si provava anche col maestro, sono state fantastiche, mi verrebbe voglia di passare giornate intere così! E la cosa bella è che ho due o tre compagni che lo farebbero davvero... :)

"Perché pratichi il taichi?" E' una domanda che è sorta durante le varie discussioni a tavola. Di risposte ce ne possono essere tante, ovviamente ognuno ha le sue motivazioni, più o meno chiare e non necessariamente scontate. In questi mesi ho capito che il dono più bello che ho avuto dal taichi è la possibilità di conoscere meglio il mio corpo, di imparare a usarlo con efficacia proprio grazie al rilassamento ed alla coordinazione. E se già la pratica della forma in solitario me l'aveva fatto sentire, mettersi in gioco con i compagni di studio grazie al tuishou l'ha reso molto più esplicito, ed anche il rimando è diventato più forte. Ho passato tanti anni senza avere un buon rapporto col mio corpo, diciamo che convivevamo forzatamente. Poi le esperienze con la piscina prima e la corsa poi mi hanno fatto scoprire un mondo che avevo troppo trascurato. E adesso il taichi mi ha aperto ampi orizzonti tutti da esplorare, regalandomi benessere e soprattutto la compagnia di ottime persone con cui condividere il cammino.

lunedì 22 marzo 2010

la vecchia visita a sorpresa

Weekend alternativo quello appena passato, l'ho infatti trascorso sulla costa ovest, a Perth! Un mese fa mi ha scritto Leela chiedendomi se sarei riuscito ad andare da loro per fare una sorpresa a Sergio, che il 21 ha compiuto trent'anni. Lei avrebbe organizzato e pagato il tutto, era quindi solo richiesta la mia disponibilità. Allora il lavoro non l'avevo ancora trovato e all'inizio ero titubante, perché non mi sembrava il massimo propormi ad un datore di lavoro chiedendo già di avere un weekend libero. L'idea però era davvero bella, inoltre il compleanno era di quelli importanti ed essere presente sarebbe stato davvero bello; in pratica, sarebbe stato un regalo anche per me, avendo tutto pagato e potendo rivedere Sergio e la sua famiglia prima di tornare in Italia. E così ho accettato.

Sono partito da Melbourne alle sei e mezzo di sabato mattina, dopo una bella serata italiana con Laura e Giovanni (pizza e gelato, entrambi proprio buoni) e poco più di due ore di sonno. Il viaggio di andata è trascorso bene, ero un po' in stato comatoso, ma avvicinandomi a Perth l'emozione saliva e questo mi ha tenuto sveglio. Bellissimo rivedere Leela e da ridere scoprire che Sergio ed i suoi genitori (che sono stati da lui per quasi un mese e ripartiranno per l'Italia domani) erano a Rottnest Island e che avrei dovuto raggiungerli, cercando di trovarli! Rottnest è un isola che si trova a pochi km ad ovest dalla costa rispetto a Perth, famosa per le splendide spiagge e per la numerosa popolazione di quokka (detti anche "canguri paralètec", nome scientifico dato dal padre di Sergio), dei piccoli marsupiali che si possono trovare quasi esclusivamente qui. Durante la mia permanenza in Western Australia non l'avevo visitata, quindi sono stato felicissimo di sapere che avrei avuto la possibilità di andarci. E così, dopo una pausa veloce a casa, eccomi su una nave diretto a Rottnest.

Il viaggio in barca è stato più movimentato di quello che pensassi, ma nonostante avessi anche alle spalle la turbolenza del volo, non ne ho affatto risentito. Inoltre l'emozione cresceva ancora, mi veniva persino da ridere cercando di immaginare la reazione di Sergio. Purtroppo la fortuna non è stata dalla mia parte, visto che il cellulare del padre di Sergio, che attendeva una mia chiamata e che era al corrente del mio arrivo, non aveva campo ed era quindi irraggiungibile, inoltre dopo dieci minuti di pedalate (sull'isola si può girare solo in bici) ho persino forato! Arrivata la bici di ricambio ho ripreso il mio giro piuttosto disperato: senza contatto telefonico, potevo solo sperare di incrociarli per caso, ma le probabilità erano piuttosto ridotte.

Nel frattempo mi sono goduto il posto davvero splendido, con dolci colline, spiagge bianche e acque trasparenti, ma soprattutto simpatici quokka che saltellavano tra i bush, ma anche vicino ai turisti.

Dopo un'oretta il cellulare ha finalmente cominciato a squillare, purtroppo però a rispondere è stato Sergio. Dopo un po' di titubanza ho deciso che era meglio stabilire un contatto rinunciando a presentarmi di sorpresa di persona, visto che probabilmente non li avrei incontrati prima del traghetto delle 16:30, che sapevo che avrebbero preso. E così, dopo lo stupore e le risate, mi sono fatto dire dov'erano e li ho raggiunti. Davvero una curiosa sensazione rivedere non solo Sergio, ma anche i suoi genitori qui in Australia! Spostarmi in macchina verso Melbourne mi aveva dato modo di metabolizzare il viaggio, osservando il paesaggio con calma e facendo varie tappe. Invece viaggiare da una città all'altra in solo quattro ore fa rimanere spaesati, quasi stupiti di essere dall'altra parte del continente.

Lasciati i genitori di Sergio sulla spiaggia, ho fatto un mezzo giro dell'isola con lui, pucciando poi i piedi nell'acqua fresca, in una giornata perfetta, con cielo blu e caldo non opprimente.

Dopo la notte breve di venerdì, il volo, la nave, la pedalata, le emozioni e le risate, ho riconquistato il letto dopo quasi 24 ore, stanco ma contento. La domenica si è festeggiato Sergio con un bel pranzo, passando poi il pomeriggio con amici. Un'altra notte breve e un altro volo alle sei del mattino, questa volta per tornare a casa, all'ormai familiare Melbourne ed al mio appartamento, in tempo per mangiare qualcosa, farmi una mezzora di riposo e andare alla terza lezione di percussioni africane.

Mi spiace che il prossimo lunedì sarà l'ultimo di questo corso, abbiamo fatto davvero tanto in sole tre lezioni. L'oge, il ritmo che abbiamo studiato di più, ormai lo gestiamo bene e stiamo imparando i break, quelle rifiniture, quei passaggi che arricchiscono il ritmo. I corsi in realtà continuano dopo la pausa di Pasqua, ma io mi fermo qui visto che per continuare sarebbe necessario comprarsi il proprio djembe e per me è una cosa poco praticabile dovendo tornare tra breve. Cercherò qualche corso a Bergamo al mio ritorno, facendo tesoro di questa bella esperienza australiana. Qualche giorno fa riflettevo su come queste musiche tradizionali africane evidenzino una differenza sostanziale nel modello di società rispetto all'occidente: la loro musica è sociale, è suonata in gruppo durante i rituali o le feste, in un gruppo in cui molti suonano la stessa parte, in cui quindi il singolo è sì importante, ma è comunque una parte di un tutto. Kanchana ci raccontava stasera della sua esperienza in Ghana con Ray, dov'è andato per approfondire i suoi studi. Dopo qualche giorno sono stati iniziati dal capo della tribù del paese, in una grande festa dove centinaia di persone suonavano per strada accompagnandoli verso il capo, attraversando tranquillamente la strada e bloccando per questo il traffico, ma senza causare alcuna lamentela visto quanto è considerata importante da loro la musica e questo tipo di iniziazioni! Kanchana credeva che in Sri Lanka ci fosse un gran caos, ma dice di aver cambiato opinione dopo quell'esperienza!

E adesso si ritorna alla vita a Kew, domani riprendo col chiosco e coi soliti ritmi, ma arricchito dai ricordi di un weekend speciale, che quasi non sembra sia successo veramente da come è stato veloce! Ma le foto ci sono e provano che è successo davvero. Un grande grazie quindi a Leela che ha reso possibile tutto questo e grazie anche a Sergio, la cui amicizia resiste senza alcuna difficoltà agli assalti degli anni che passano e dei chilometri che ci separano.

venerdì 11 settembre 2009

17112009

Il numero magico che dà il titolo al post è quello della mia data di partenza per l'Australia. Ebbene si, finalmente parto! Il biglietto d'andata è stato acquistato, ora può iniziare il conto alla rovescia. Forse sarebbe più corretto dire i biglietti, visto che sono ben tre.

No, non ho intenzione di sperimentare la Kangaroo Route di sessant'anni fa, semplicemente volerò al risparmio più totale, spendendo praticamente la metà rispetto ad un volo più convenzionale con una compagnia come la Emirates o la Singapore Airlines. Il primo volo mi porterà da Orio al Serio a Stansted, uno degli aeroporti di Londra frequentati dalla Ryanair. Volerò proprio con questa compagnia, con un volo mattiniero che dovrebbe atterrare per le 11 del mattino. Poi mi aspetta una bella attesa, perché il volo seguente decollerà solo alle 23:50, un AirAsia con destinazione Kuala Lumpur, capitale della Malesia (o Malaysia se preferite).

L'AirAsia è una compagnia lowcost malese che fa viaggi a lungo raggio, ed io ho optato per il trattamento più economico, quindi niente cibo e niente beni di conforto. Il primo volo sarà notturno (beh, almeno all'inizio...), quindi conto di appisolarmi per buona parte del viaggio. A Kuala Lumpur invece avrò molto meno tempo da ingannare, visto che lo "scalo" durerà solo tre ore e mezzo. Dico "scalo" tra virgolette perché l'AirAsia non permette di organizzare più voli in un solo biglietto, quindi dovrò ritirare il mio bagaglio e fare un nuovo imbarco. Ripartirò ancora la sera, alle 23:50 (già qui ho perso un po' di ore coi fusi orari!) per arrivare all'alba a Perth, precisamente alle 5:20.

E qui ad attendermi ci sarà Sergio, che ha appena fatto questa sorta di Kangaroo Route anni 2000 poche settimane fa, collaudando e promuovendo l'AirAsia (riscaldamento a parte, che sembra sia quasi inesistente). E da lì, who knows?!

Per ora so solo che da quando ho preso i biglietti faccio fatica a chiudere occhio la notte... Il ritorno, temporaneo, non è affatto vago, ma ben preciso. Volevo partire dopo la laurea, ma così non sarà, perché ho deciso di realizzare un progetto che mi ispirava e che avevo, erroneamente, accantonato, anche se aspetto a parlarne perché prima voglio avere conferme dal docente interessato. Quindi ritornerò a giugno 2010, cosa che mi permetterà di tirare un primo bilancio dopo un semestre d'Australia, magari chiarendomi le idee su un eventuale secondo anno in Australia, su un ritorno definitivo in patria o su altri progetti. E' mia intenzione, salvo clamorosi problemi, di tornare dopo la laurea e finire almeno il primo anno australe. Ma anche qui, si vedrà. Intanto la partenza è certa e questa è una grande novità.

Come dovreste aver constatato, ho fuso i due blog in questo wormhole. Sono molto affezionato al mio primo Terra Australis, ma ha fatto il suo dovere accompagnandomi negli alti e bassi di questa lunga gestazione del progetto Australia. Ora avanti, nuovi orizzonti!

venerdì 14 agosto 2009

sardegna

11 giorni, 1 Fiat Punto, più di 2.500 chilometri, 9 campeggi, 4 traghetti, dalle 00:30 del 28 luglio alle 03:00 dell'8 agosto. Questi i numeri della vacanza in Sardegna, una non-stop intorno all'isola con partenza da Olbia e giro in senso orario lungo (quasi) tutta la costa, isole comprese.

Già dai primi km dopo lo sbarco ad Olbia, lasciato il traffico e la città, sono stato catapultato in un mondo esotico fatto di natura selvaggia e dura, rocciosa, ma capace anche di regalare una flora di un verde così intenso da sembrare finto e un mare che va dal bianco delle spiagge al blu dell'orizzonte, con ogni possibile gradazione intermedia.

L'est dal mare tranquillo e le spiagge poco affollate è quello che mi ha colpito di più, remoto e spesso isolato, ma più rilassante e vero. Molto belle anche le due isole a sud ovest, Sant'Antioco e San Pietro, che meriterebbero una vacanza a sé. La cosa ovest l'ho fatta tutta d'un fiato, scogliere a strapiombo sul mare e meno centri abitati mi hanno portato direttamente ad Alghero, affollata di giovani, ma romantica nel centro storico.

Il nord non è sopravvalutato, ma viene sottovalutato tutto il resto e quindi il grosso dei turisti si ritrova qui. Da vedere per crederci la spiaggia de La Pelosa a Stintino, ma meglio l'arcipelago de La Maddalena, roccioso e quasi lunare per la durezza, il silezio e il senso di isolamento, sempre che non si finisca tra cinquanta yacht in cento metri quadrati, esperienza straniante e che lascia gran fastidio.

Un capitolo a parte è stato Orgosolo, unica esperienza dell'interno, desolato e quasi rancoroso, coi suoi murales che parlano di ingiustizia, strano connubio tra isolamento isolano e finestra sul mondo (sociale). Finestra sul passato è stato invece visitare un nuraghe, un salto indietro di più di 3.000 anni all'interno della vita e delle case dell'epoca.

Una bellissima esperienza, sempre in movimento, che mi ha fatto quindi assaporare ogni momento perché non si era mai nello stesso luogo due volte, (quasi) mai nello stesso campeggio, ma basta poco per sentirsi a casa: la solita tenda, i pochi oggetti necessari, una macchina affidabile. Una persona cara.

Ho messo qualche foto su picasa, se vi interessa approfondire. Ci sono due album: uno sulla vacanza in generale ed uno dedicato ai murales di Orgosolo.