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domenica 12 dicembre 2010

meno venti domande


Leggendo la rubrica di Nick Hornby sui consigli per la lettura, riportata da Internazionale, mi sono imbattuto in un gioco curioso, ideato dal fisico John Wheeler per spiegare il funzionamento della meccanica quantistica. Horny lo citava avendolo letto nel libro "The Conversations", un dialogo tra lo scrittore Michael Ondaatje e il montatore cinematografico Walter Murch.

Questo gioco è una variante del più conosciuto "venti domande": una persona lascia la stanza per qualche minuto, mentre gli altri presenti scelgono insieme un oggetto. Quando la persona ritorna, avrà venti domande a disposizione per indovinare l'oggetto. Nella versione di Wheeler, invece, le persone che rimangono nella stanza scelgono un oggetto privatamente, ognuno il suo, senza dirlo agli altri. Quando il gioco delle "meno venti domande" comincia con la prima domanda, la risposta che verrà data influenzerà non solo la persona che deve indovinare l'oggetto, ma anche tutti gli altri, che dovranno scegliere un'altro oggetto se quello prescelto in precedenza non soddisfa la risposta data da un loro compagno in precedenza.

Il bello di questo gioco è che nessuno sa cosa gli altri stiano pensando, ma nonostante questo il gioco procede comunque e spesso, anche se non sempre, si arriva all'individuazione di un oggetto che soddisfa la scelta fatta da tutti. Quello che però mi ha affascinato è come Murch lo prenda ad esempio per spiegare come funzioni la creazione di un film. Citando dal blog di Philip Graham, dove ho trovato la spiegazione del gioco: "Il casting influenzerà come il costumista vestirà il protagonista, cosa che a sua volta influenzerà il design del set da parte del direttore artistico, influenzando a sua volta..." Nonostante tutte queste variazioni rispetto ad un'idea iniziale, in film prenderà comunque forma.

Simile potrebbe essere anche la stesura di un libro, come sottolinea Graham: non si parte dalla prima riga della prima pagina arrivando alla fine in maniera lineare. Spesso quello che era l'inizio si sposta più in là nel libro, a metà o magari verso la fine. Si interrompe la stesura di un capitolo per passare a lavorare su un altro grazie alle idee e alle influenze di quello che si è scritto finora, per poi tornare al capitolo incompleto e procedere in una maniera che all'inizio non si era prevista.

Ho trovato la trascrizione presa dal libro di Ondaatje, eccola qui sotto, in lingua originale.


(from The Conversations: Walter Murch and the Art of Editing Film)

Murch: There’s a great game–I forget whether we’ve talked about it–Negative Twenty Questions?

Ondaatje: No, we haven’t talked about it.

Murch: It was invented by John Wheeler, a quantum physicist who was a young graduate student of Niels Bohr’s in the 1930s. Wheeler is the man who invented the term “black hole”. He’s an extremely articulate proponent of the best of twentieth-century physics. Still alive, and I believe still teaching, writing.

Anyway, he thought up a parlour game that reflects the way the world is constructed at a quantum level. It involves, say, four people: Michael, Anthony, Walter, and Aggie. From the point of view of one of those people, Michael, the game that’s being played is the normal Twenty Questions–Ordinary Twenty Questions, I guess you’d call it. So Michael leaves the room, under the illusion that the other three players are going to look around and collectively decide on the chosen object to be guessed by him–say, the alarm clock. Michael expects that when they’ve made their decision they will ask him to come back in and try to guess the object in fewer than twenty questions. Under normal circumstances, the game is a mixture of perspicacity and luck: No, it’s not bigger than a breadbox. No,you can’t eat it….Those kinds of things.

But in Wheeler’s version of the game, when Michael leaves the room, the three remaining players don’t communicate with one another at all. Instead, each of them silently decides on an object. Then they call Michael back in.So, there’s a disparity between what Michael believes and what the underlying truth is: Nobodyknows what anyone else is thinking. The game proceeds regardless, which is where the fun comes in.

Michael asks Walter: Is the object bigger than a breadbox? Walter–who has picked the alarm clock–says, No. Now, Anthony has chosen the sofa, which is bigger than abreadbox. And since Michael is going to ask him the next question, Anthony must quickly look around the room and come up with something else–a coffee cup!–which is smaller than a breadbox. So when Michael asks Anthony, If I emptied out my pockets could I put their contents in this object? Anthony says, Yes. Now Aggie’s choice may have been the small pumpkin carved for Halloween, which could also contain Michael’s keys and coins, so when Michael says, Is it edible? Aggie says, Yes. That’s a problem for Walter andAnthony, who have chosen inedible objects: they now have to change their selection to something edible, hollow, and smaller than a breadbox.

So a complex vortex of decision making is set up, a logical but unpredictable chain of ifs andthens. To end successfully, the game must produce, in fewer than twenty questions, an object that satisfies all of the logical requirements: smaller than a breadbox, edible, hollow, et cetera. Two things can happen: Success–this vortex can give birth to an answer that will seem to be inevitable in retrospect: Of course! It’s the —-! And the game ends with Michael still believing he has just played Ordinary Twenty Questions. In fact, no one chose the —- to start with, and Anthony, Walter, and Aggie have been sweating it out, doing these hidden mental gymnastics, always one step ahead of failure. Which is the other possible result: Failure–the game can break down catastrophically. By question 15, let’s say, the questions asked have generated logical requirements so complex that nothing in the room can satisfy them. And when Michael asks Anthony the sixteenth question, Anthony breaks down and has to confess that he doesn’t know, and Michael is finally let in on the secret: The game was Negative Twenty Questions all along. Wheeler suggests that the nature of perception and reality, at the quantum level, and perhaps above, is somehow similar to this game.

When I read about this, it reminded me acutely of filmmaking. There is an agreed-upon game, which is the screenplay, but in the process of making the film, there are so many variables that everyone has a slightly different interpretation of the screenplay. The cameraman develops an opinion, then is told that Clark Gable has been cast in that part. He thinks, Gable? Huh, I didn’t think it would be Gable. If it’s Gable, I’m going to have to replan. Then the art director does something to the set, and the actor says, This is my apartment? All right, if this is my apartment, then I’m a slightly different person from who I thought I was: I will change my performance. The camera operator following him thinks, Why is he doing that? Oh, it’s because… All right, I’ll have to widen out because he’s doing these unpredictable things. And then the editor does something unexpected with those images and this gives the director an idea about the script, so he changes a line. And so the costumer sees that and decides the actor can’t wear dungarees. And so it goes, with everyone continuously modifying their preconceptions. A film can succeed in the end, spiralling in on itself to a final result that looks as if it has been predicted long in advance in every detail. But in fact it grew out of a mad scramble as everyone involved took advantage of all the various decisions everyone else had been making.

sabato 24 aprile 2010

district 9

Ieri sera ho visto District 9 al cinema, in una serata dedicata alla fantascienza, in cui era proposto insieme allo splendido Moon. Sapevo poco di questo film sudafricano, giusto la premessa che fa da sfondo alla storia e che viene spiegata anche dal trailer, praticamente un riassunto dei primi dieci minuti del film.



Dopo questa fase introduttiva, il documentario lascia spazio all'azione, in un crescendo sempre più movimentato e cruento. Non voglio rivelare alcun dettaglio per chi di voi deve ancora vedere il film, sappiate che parecchie scene a me hanno fatto davvero effetto ed in genere non mi lascio impressionare facilmente. Ma se quest'azione colpisce durante la visione, le riflessioni del giorno dopo si concentrano soprattutto sui contenuti sociali della pellicola.

L'ambientazione sudafricana non lascia scampo, i riferimenti all'apartheid sono palesi, addirittura più di quanto pensassi, visto che per mia ignoranza non ho mai approfondito bene la storia degli scontri razziali in Sud Africa. Per esempio, il nome del distretto in cui sono rinchiusi gli alieni e la deportazione di questi fa riferimento al District Six, un'area residenziale all'interno di Cape Town da cui sono state forzatamente rimosse 60 mila persone di colore per trasformarla in un'area per soli bianchi.

Ma gli eventi e le situazioni che il film rappresenta da un punto di vista fantascientifico potrebbero benissimo essere applicate ad altre zone nel mondo in cui vi sia uno scontro razziale o religioso. Preoccupante e desolante sentire alcune persone ridacchiare durante la proiezione del film durante certe scene in cui gli alieni vengono maltrattati; gli australiani hanno poco da insegnare visto che con gli aborigeni hanno fatto ben peggio che gli umani in District 9. Peccato che ancora oggi ci sia chi considera la fantascienza solo un'evasione dalla realtà quotidiana.

Tornando a District 9, informandomi un po' su wikipedia ho scoperto che il regista (alla sua opera prima: complimenti!) ha adattato al grande schermo un corto da lui realizzato nel 2005, Alive in Joburg. Eccolo qui sotto, o se volete qui con sottotitoli in italiano.



Al di là della realizzazione ovviamente amatoriale (gli alieni sono anche fatti bene, ma le armature sembrano dei Gundam super-deformed!), anche qui i riferimenti agli scontri etnici sono più palesi di quanto sembri: per esempio, le interviste riportate in cui non si fa riferimento agli alieni sono prese da veri documentari in cui gli intervistati esprimevano la loro opinione sui rifugiati zimbabwiani.

Guardandolo ora dopo aver visto il lungometraggio, è bello notare come ci siano diversi elementi che sono stati ripresi e ampliati, inoltre l'attore al minuto 3:20 è il protagonista di District 9.

geniale campagna pubblicitaria per District 9

Certo il film di Blomkamp mette tante questioni scottanti sul tavolo senza proporre alcuna soluzione, inoltre lo sfondo sociale fa, appunto, solo da sfondo, il resto è azione. Si parla inoltre di sequel (che forse sarà un prequel), il che mi fa storcere il naso. In ogni caso District 9 rimane un gran film, decisamente consigliato.

sabato 17 aprile 2010

di partenze e rimanenze

E così Kerem è partito ed io sono tornato alla solita routine. E' stato bello avere una compagnia diversa in questi giorni, parlare tanto, fare nuove esperienze e godersi Blues Brothers al cinema: cosa chiedere di più? In un certo senso in questi giorni Kerem ed io ci siamo influenzati a vicenda, trovando nell'altro quello che ci mancava.

Dopo mesi on the road, Kerem aveva voglia di un po' di tranquillità, di dormire sotto un tetto che non fosse quello della sua auto, di fare la vita di città; io invece, dopo più di un mese di routine lavorativa, avevo voglia di evasione, di staccare dal lavoro e di fare cose diverse. Adesso, paradossalmente, io avrei voluto andare con lui verso Perth per assaporare ancora la sensazione di libertà che solo un viaggio verso mete distanti migliaia di chilometri può dare, mentre lui era quasi in fastidio a partire e avrebbe voluto fermarsi di più e godersi la tranquilla vita di sobborgo!

Ma ognuno ha ripreso la sua strada, contento di questa condivisione inaspettata. Arrivederci in Europa quindi, tra diversi mesi. Kerem vorrebbe tornare via terra, o mare, passando in particolare per la Turchia, paese d'origine della sua famiglia. Ma intanto ci sono ancora diversi mesi in Australia, visto che come per me il suo visto scade a novembre e lui ha intenzione di sfruttarlo fino alla fine.

La proiezione di ieri sera è stata davvero uno spasso, la sala era quasi piena e vedere Kerem divertito (era la sua prima volta con i Blues Brothers, non male quindi godersela al cinema) mi ha fatto davvero piacere. Come per tutti i film visti e rivisti in gioventù, sono più legato alla versione doppiata in italiano, anche perché in questo caso i doppiatori hanno fatto un grande lavoro rendendolo quasi migliore e caratterizzando meglio i personaggi. In ogni caso, nonostante i suoi trent'anni, rimane una commedia musicale geniale, sempre piacevole da vedere anche se la si conosce a memoria. E poi avere un pubblico che ride, applaude e ripete le battute più mitiche esalta ancora di più!

lunedì 15 febbraio 2010

park & cinema

Ieri, approfittando di una schiarita pomeridiana inaspettata, ho fatto una prima ispezione allo Yarra Bend Park, una zona verde ad un quarto d'ora di camminata da casa mia. Il posto è molto carino, con grandi prati verdi al centro, tavoli per fare picnic, una strada panoramica che segue le curve del fiume e tanti sentieri in mezzo al bosco.

Purtroppo non avevo molto tempo a disposizione, inoltre non volevo rischiare di perdermi nella miriade di sentierini, quindi ho fatto solo un giro di un'oretta, ma con l'idea di approfondire con successive visite. E magari anche con delle belle corse che mi ricorderanno casa, visti i tanti alberi ed i saliscendi.

Magari penserete che la foto appena sotto immortali un fortunato incontro: beh, non è così, non ricordo se l'ho già detto, ma qua è pieno di pappagalli! Ah, da qualche parte in questo parco c'è anche il covo dei pipistrelloni, altra cosa che voglio vedere.

Il programma serale invece prevedeva doppia proiezione di film di Sergio Leone, i primi due della trilogia del dollaro: Per un pugno di dollari e, a seguire, Per qualche dollaro in più. Davvero bello vederli al cinema, tra l'altro del secondo non ricordavo praticamente più nulla avendolo visto anni e anni fa. Gran cinema l'Astor Theatre, con un programma da brivido. Vedersi anche solo i trailer di due film di Hitchcock, per la cronaca Rear window e Vertigo, fa una certa impressione!

E sempre mitico Mario Brega, presente in queste due pellicole ed anche nel più conosciuto Il buono, il brutto e il cattivo (in proiezione domenica prossima), e che inizialmente recitava con lo pseudonimo di Richard Stuyvesant; chissà com'è saltato fuori questo nome, tra l'altro mi sarebbe piaciuto sentirlo pronunciare da lui!

sabato 31 ottobre 2009

per un pugno di copechi

Stasera alle 21 farò la mia ultima proiezione al cinema dove lavoro da sette anni, il Conca Verde di Bergamo. Purtroppo il film di stasera non sarà lo sperato "Nel paese delle creature selvagge", né si continuerà con "Up" come sembrava probabile, concluderò invece il mio servizio in cabina con "Il nastro bianco" di Haneke, 144 minuti in bianco e nero di alto cinema, ma di una pesantezza come si vede raramente!

Questo getta un clima funereo sulla serata, complici anche la giornata grigia e la ricorrenza di Halloween. Mi rimarrà però il piacevole ricordo di una mattina particolare con un convegno CISL per le scuole, per cui ho curato la videoproiezione, nel complesso trascurabile, ma arricchito da un successivo intervento, più intimo perché riservato solo ad una trentina di studenti, da parte di Fausto Bertinotti riguardo a cosa significhi oggi fare politica. Delle belle parole ancora più significative perché dette con molta spontaneità da una persona davvero umile e appassionata. Un signore.

Comunque, anche se c'è una vena malinconica in quest'ultimo giorno di lavoro al cinema, prevale la consapevolezza di avere davanti tante diverse esperienze che mi aspettano, tanti (almeno spero) diversi lavori (altro che andare a lavorare al cinema anche in Australia, come mi consiglia qualcuno!) che farò, almeno per ora, in terra straniera. Certo vivo questo momento con anche un po' di timore, ma è arrivata decisamente l'ora di mettermi in gioco. Mi piaceva comunque segnare con un simbolico post quest'ultima pagina dell'esperienza da proiezionista, nel complesso decisamente positiva, un punto fisso in anni per me molto importanti e di grandi cambiamenti, magari soprattutto interiori, ma non per questo meno significativi.

Vorrei anche fissare, in poche parole, alcuni tra i ricordi più vivi di questa esperienza, in ordine più o meno cronologico: il primo contatto con la cabina, quando ancora non ci lavoravo, con le partite a scacchi con Sergio, e successiva consolazione dolciaria della mia inevitabile sconfitta; le esilaranti giornate con Beppe, con la pausa caffè domenicale e Tom Hanks, l'onda baraonda e i copechi, e lo storico 'serassapere...; l'arrivo di Agata e Francesca con l'inizio di due importanti amicizie; l'agitazione delle proiezioni coi registi invitati a presentare i loro film; le serate post film con le innumerevoli feste bagnate dal vino rosso di casa Biggi; il Carlo Bottini; le letture serali di Internazionale; l'esperienza del corto di Gandi e Tommy e il geniale spettacolo per Tam con Berle e gli altri; l'ultimo anno e mezzo con Caterina, con la memorabile proiezione dell'ultimo dell'anno di Blues Brothers e le tante sorprese; e poi le centinaia di montaggi e smontaggi in una cabina che è diventata importante e di cui sono sempre stato geloso come se fosse camera mia. Insomma, tanti e tanti ricordi, sicuramente potrei andare avanti a scrivere per ore!

Ma adesso la bruciatura di sigaretta segnala un cambio imminente, quindi via con un altro rullo!
Taaac.

giovedì 29 ottobre 2009

moon

Ho appena finito di vedere un film che si è rivelato favoloso, e questo nonostante le mie aspettative fossero decisamente alte. Si tratta di Moon, primo lungometraggio di Duncan Jones, che non solo l'ha diretto, ma l'ha anche scritto. Purtroppo però non posso dire molto sulla storia perché rivelerei già troppo sull'evolversi degli eventi! Certo, il trailer qualcosa fa intuire: stazione mineraria lunare, un singolo abitante con un contratto di lavoro di tre anni quasi in scadenza, la nostalgia di casa... Ma poi un imprevisto scatenerà una serie di eventi che sono raccontati in una maniera tale che non possono non incollare alla sedia.

Quello che coinvolge, oltre all'ambientazione resa stupendamente (sempre che una base remota sulla Luna sia qualcosa che vi possa ispirare; a me si!), è l'ottima recitazione di Sam Rockwell, attore che apprezzo da quando lo vidi la prima volta nel sempre mitico Confessions of a dangerous mind. Diciamo che la tensione si sente tutta! Fantastico poi il robot GERTY (con la voce di Kevin Spacey), ma anche qui non voglio commentare per non togliere il gusto di scoprire il film.

Un altro elemento che apprezzo è che per realizzare questo film si sia speso veramente poco, 5 milioni di dollari, ma il tutto sembri veramente di altissima qualità. Ok, poco ovviamente va inteso paragonandolo al budget medio per un film di una certa qualità; soprattutto penso che per un film di fantascienza oggigiorno si spendano decisamente molti più soldi. Inoltre condivido in pieno l'idea di utilizzare dei modellini per le riprese esterne dei veicoli lunari: questa scelta fa sembrare tutto più vero, mentre la grafica, tranne quella degli studios più grandi, non riesce a trasmettere le stesse sensazioni.

Il regista cita diversi film di fantascienza con cui è cresciuto e da cui si è lasciato influenzare per Moon, film che non conosco, a parte Alien: si tratta di Silent running e di Outland, entrambi ambientati su satelliti. Spero di riuscire a procurarmeli perché non li ho mai nemmeno sentiti nominare ed ora mi incuriosiscono molto!

Purtroppo per ora un'uscita italiana non pare prevista, eresia vista la qualità della pellicola. Il film ha girato parecchi festival ed ora sta uscendo un po' ovunque, credo che quindi sia solo questione di attendere qualche mese. Ecco qui il trailer e a seguire qualche screenshot.








sabato 11 luglio 2009

"I am Pagliacci"

Rorschach:

I heard joke once.
Man goes to doctor, says he's depressed.
Life seems harsh and cruel.
Says he feels all alone in threatening world.
Doctor says treatment is simple.
"The great clown Pagliacci is in town.
Go see him.
That should pick you up."
Man bursts into tears.
"But doctor," he says.
"I am Pagliacci."

Good joke.
Everybody laugh.
Roll on snare drum.
Curtains.

(Watchmen, Alan Moore)

venerdì 5 giugno 2009

home


Forse ne avrete già sentito parlare, ma da oggi è disponibile su youTube il documentario Home di Yann Arthus-Bertrand e lo sarà solo per una decina di giorni. Il film verrà proiettato proprio oggi, giornata mondiale dell'ambiente, in cinquanta paesi in contemporanea, in alcuni cinema selezionati e in alcuni luoghi come Times Square a New York grazie a schermi giganti. Inoltre sarà anche trasmesso in Tv, ma non ho idea di che reti se ne occupino qui in Italia. Io ho visto i primi 20 minuti e lo trovo spettacolare! Praticamente ogni immagine è una fotografia in movimento, da quanto è bella...

Qui la notizia del Corriere e qui il link a youTube.
Enjoy...and think!

domenica 29 marzo 2009

where the wild things are


Il nome del post viene da un libro per bambini pubblicato nel 1963 dall'autore Maurice Sendak, un libro illustrato con solo una decina di righe come testo, ma che è entrato tra i classici della letteratura americana illustrata per bambini. Io non ne sapevo nulla fino a ieri, quando su IMDb ho visto un link alle nuove foto pubblicate tratte dal film in lavorazione.



Il film, dallo stesso nome, è diretto da Spike Jonze (tra i suoi film più conosciuti c'è il bellissimo Being John Malkovich) ed è co-sceneggiato dallo scrittore Dave Eggers: direi che con queste premesse ci si può aspettare grandi cose! Il film è attualmente in post-produzione, la data di uscita per ora è fissata per l'autunno di quest'anno. Potete vedere il trailer ufficiale qui.

A me ha subito conquistato, ho sempre avuto un debole per i pupazzoni dai tempi dei Muppets (ah, Sendak in passato ha collaborato con Jim Henson per Sesame Street), tra i miei idoli c'è Ludo di Labyrinth...insomma, un film così non poteva non catturare la mia attenzione! Avrei visto bene anche Michel Gondry alla regia, ma mi "accontento" di Jonze.




Comunque, nel libro di Sendak il giovane Max viaggia verso un mondo fantastico, un luogo dove vivono le creature selvagge. Per realizzare il film quindi quale location utilizzare se non la selvaggia Australia? Il film infatti è stato girato nello stato di Victoria, tra gli studi di Melbourne e le desolazioni dell'entroterra più o meno desertico. In queste zone sono stati girati diversi film, il più famoso è sicuramente Mad Max, filmato a Broken Hill e dintorni.

Di seguito qualche screenshot del film, peccato dover aspettare così tanto prima di vederlo!




mercoledì 12 novembre 2008

"wolcam to Ostrelia"


Da qualche settimana è finalmente disponibile il trailer di Australia, il nuovo film di Baz Luhrmann, meglio conosciuto come "il regista di Moulin Rouge". Nonostante la fama, è un regista che centellina le sue uscite, un po' come i Tool in campo musicale: in sedici anni ha diretto solo quattro film! Non posso giudicare i suoi lavori, avendone visto solo uno, ma è di sicuro un regista originale; ogni sua opera inoltre genera parecchia attesa.

Il film si colloca temporalmente negli anni della Seconda Guerra Mondiale, l'evento che vedrà coinvolti da vicino i protagonisti sarà il bombardamento di Darwin, cittadina nel nord dell'Australia, da parte dei giapponesi. Nel mezzo, la Kidman che arriva dall'Inghilterra, un'allevamento da gestire e un piano segreto ai suoi danni da sventare.


Tra gli altri attori decisamente più di richiamo, è presente l'ormai immancabile attore aborigeno David Gulpilil, già visto in tanti altri film tra cui: The proposition, The tracker, Rabbit-proof fence e persino in Crocodile Dundee. Ormai un'icona, sta passando il testimone al figlio Jamie Gulpilil, anche lui presente nella pellicola di Luhrmann.

Ovviamente già dal nome un film così non poteva non interessarmi... Però arriva proprio mentre A fortunate life mi sta dando un background di quel periodo, quindi in qualche modo completa e dà immagine e spessore a ciò che sto leggendo. A differenza della Prima Guerra Mondiale, vissuta dallo scrittore sulla sua pelle (vedi post precedente), la Seconda viene descritta da padre di famiglia che vede partire tre figli per andare a combattere i giapponesi, vedendone purtroppo tornare solo due. Quindi dopo i drammi e traumi del combattimento nelle trincee, si passa all'ansia per chi è al fronte e alle difficoltà sociali da affrontare, con mancanza di lavoro cronica e aiuti da parte del Governo praticamente inesistenti.

Mi piace come, tra documenti, romanzi, film, stia prendendo forma nella mia testa la storia dell'Australia, almeno degli eventi principali. Ahimé devo riconoscere la mia ignoranza e ammettere che questo tipo di studio sarebbe da fare anche sull'Italia, visto che le mie lacune sulla storia del nostro paese sono sicuramente ampie. Ma che dire, l'Australia è esotica e appassionante; sono sicuro che poi quando sarò lontano rivaluterò l'Italia, come fatto da molti emigrati, ma per ora le mie attenzioni sono rivolte verso l'estero.

Il titolo del post fa riferimento al trailer del film e alla pronuncia tipicamente aussie di Hugh Jackman! Uscita in Italia prevista per il 16 gennaio. Qui il sito ufficiale.

lunedì 9 giugno 2008

aussie movies #6: Rabbit-proof fence


Ed eccomi a parlare del film legato alla "Generazione rubata"; anzi, questo è proprio il titolo dato alla versione italiana della pellicola. Nella versione originale invece il nome scelto ha due significati. Innanzitutto la barriera anti-conigli è un lunghissimo steccato creato per fermare l'invasione dei simpatici animaletti introdotti in maniera poco lungimirante da Thomas Austin al tempo delle prime colonie inglesi. In realtà le barriere sono tre, qui trovate qualche dato e un grafico che mostra l'estensione. E questa è una citazione dell'illuminata mente al momento della liberazione dei primi coniglietti:

"The introduction of a few rabbits could do little harm and might provide a touch of home, in addition to a spot of hunting."

Inutile dire che dai 24 esemplari iniziali il numero è cresciuto esponenzialmente e in meno di 40 anni la loro diffusione copriva l'intero continente...

Comunque, questa lunghissima barriera (la prima costruita, che va da nord a sud nella parte occidentale dell'Australia) è stata usata da tre bambine aborigene per ritrovare la via di casa dopo essere fuggite dalla piccola colonia dove erano state portate forzatamente (leggete il post precedente per chiarimenti). E se la strada era chiara, la distanza non era affatto indifferente: hanno camminato per...beh, qui ho dati discordanti: diciamo tra i 1600 e più di 2000 km. In ogni caso una distanza non indifferente per tre bambine, a piedi, nell'Australia più desertica!


Ma la scelta del titolo fa sicuramente anche riferimento alla situazione delle popolazioni indigene, col termine inglese fence, barriera, che indica il loro essere prigionieri degli occupanti nella loro stessa terra. Anche qui il post precedente può chiarirvi le idee, ora non mi dilungherò troppo avendone già parlato.

Il film è un adattamento del libro Follow the rabbit-proof fence scritto dalla figlia di una di queste tre bambine, anche lei cresciuta nella stessa colonia da cui sua madre è riuscita a scappare. Anzi, è venuta a conoscenza dell'evasione solo anni dopo essere ritornata a casa e da li ha recuperato varie testimonianze fino a scrivere il libro. E' possibile che il film esalti il lato drammatico della situazione, esagerando le povere condizioni della missione e i trattamenti subiti dai bambini. O almeno questo ho letto in alcune critiche. C'è anche chi mette in discussione l'intera storia, ma altre fonti la confermerebbero...

Ma se più semplicemente si vuole analizzare il film, io trovo che sia ben fatto, con un ovviamente ottimo Kenneth Branagh nel ruolo di Neville "the Devil" (il Chief Protector of Aboriginies of Western Australia), l'onnipresente nativo australiano Dave Gulpilil (c'è in tutti i film australiani con aborigeni!) e le brave bimbe aborigene ovviamente per la prima volta in un film. Le ambientazioni sono splendide come in ogni film australiano, anche se qui ovviamente si prediligono le zone più isolate e desertiche.

Rabbit-proof fence ha anche vinto diversi premi non solo in Australia; ben venga quindi un film che non credo voglia nemmeno essere una descrizione storica precisa, ma che può risvegliare l'interesse sulla situazione dei nativi australiani.

Tornerò a parlare presto della barriera anti-conigli per un caso di omicidio molto particolare, avvenuto negli anni '30! Vi dico solo il nome, già suggestivo di suo: Murder on the Rabbit-proof fence : the strange case of Arthur Upfield and Snowy Rowles.

martedì 3 giugno 2008

aussie Movies #5: He died with a felafel in his hand


Eccomi tornato dopo due settimane di stop forzato causa mancanza collegamento Internet. Ora la situazione pare migliorata, ma non ci giurerei... Approfitto subito, quindi, della connessione precaria per aggiornare un po' il blog.

E riprendo il discorso recuperando il filone "film australiani" che ultimamente avevo abbandonato; in questo periodo mi sto dedicando alla filmografia di Spike Lee (con contemporanea lettura della sua biografia) e questo ha tolto spazio ad altre visioni. Ma è stato un piacere rivedere questo geniale film, uscito in Italia con l'esatto titolo tradotto, per una volta... He died... è tratto da un libro di John Birmingham, ma forse sarebbe meglio dire "ispirato". Difatti il film è una specie di riduzione, o una riproduzione di alcuni dei capitoli del libro. Mi spiego: entrambi raccontano le assurde vicende di Danny (interpretato da Noah Taylor), alla sua quarantasettesima esperienza di convivenza con i più folli e disadattati soggetti australiani. Nel libro si passa da una convivenza all'altra, passando per una decina o più di case. Invece il film riduce a tre il numero di appartamenti, permettendo un minimo di approfondimento sui caratteri bizzarri dei coinquilini di Danny. Non che lui sia poi così razionale...

Comunque, a mio modesto parere, il film è davvero divertente e anche più profondo di quanto possa sembrare ad una prima visione superficiale, anche se i personaggi sono davvero molto "borderline": non si sa quanti anni abbiano, ma più o meno sono tutti intorno ai trenta, tra gli studi e il mondo del lavoro; e sono tutti nella confusione più totale, chi più chi meno, senza riuscire a dare un senso alla loro esistenza e trovando peraltro più attriti che conforto dalla convivenza. Spassosa poi la pronuncia australiana, anche se rende il tutto un po' di difficile comprensione: per fortuna si viene aiutati dai sottotitoli! Infine, ottima la colonna sonora, cosa che non guasta affatto!
Consigliato.

giovedì 28 febbraio 2008

aussie movies #4: The Proposition


Gran film questo Proposition! E' uscito nel 2005, ma da noi è praticamente sconosciuto essendo arrivato solo a fine anno scorso, direttamente in dvd. Perché non si sia voluto o potuto farlo circolare nelle sale proprio non me lo spiego, non è certo una produzione minore, e poi è di gran qualità... Mah, misteri della distribuzione italiana!

Devo subito ringraziare Ele per avermelo fatto scoprire, nemmeno io ne sapevo nulla! La prima cosa che mi ha colpito è che la sceneggiatura è stata scritta da Nick Cave, che ha anche contribuito alle musiche. Non è il suo debutto comunque, ha già scritto un altro film diretto dallo stesso regista di The Proposition, John Hillcoat; e insieme ne stanno producendo un altro! Qui qualche informazione in più.

Fine '800, Outback che più non si può ("a Godforsaken place" usato nel film rende bene l'idea...), una banda di fratelli che semina il terrore e un capitano di polizia che cerca di fermarli. Elementi molto Western, ma il film sfiora solo questo genere, a mio parere; c'è più dialogo e introspezione che azione. E quindi importanti sono le interpretazioni, ottima quella di Guy Pearce, ma soprattutto di Ray Winstone, che interpreta il capitano. Ovviamente suggestive le ambientazioni, sfruttate a dovere facendo risaltare il lato inospitale dell'Australia più selvaggia. Apprezzo anche il fatto che il confine tra bene e male sia molto vago, non c'è una divisione netta tra buoni e cattivi. Consigliatissimo quindi!



Musica: Fuel "Angels & Demons"

lunedì 11 febbraio 2008

aussie movies #3: Quigley down under


Per questa terza puntata ho rispolverato un western del 1990 (in Italia è uscito col nome Carabina Quigley) ambientato nel Western Australia a metà '800. Il protagonista, un tiratore americano incredibilmente bravo interpretato da Tom Selleck, viaggia fino in Australia per lavorare alle dipendenze di un ricco proprietario terriero. Ma subito le cose si mettono diversamente da come pianificato e Quigley finisce in mezzo al deserto senza acqua... E' un western leggero, piacevole da vedere soprattutto per le splendide ambientazioni, visto che la storia non è effettivamente molto originale. Però Tom Selleck se la cava bene e, se vi sta simpatico, è sicuramente un film da vedere.

Ho scoperto che originariamente doveva uscire negli anni '80 con Steve McQueen come protagonista, ma poi il progetto si arrestò. Fu proprio Selleck a insistere per riadattare il soggetto e iniziare le riprese, dopo la delusione di aver dovuto rifiutare, per questioni contrattuali, di interpretare la parte di Indiana Jones! Pensa te, un Indy coi baffi...

mercoledì 6 febbraio 2008

aussie movies #2: Mad Max

Come promesso, eccomi a parlare della trilogia di Mad Max, tre film d'azione girati nei deserti australiani che ricordo con affetto perché visti più e più volte nella mia infanzia. Ed è stato divertente rivederli ora, a qualche anno di distanza dall'ultima volta. Non arrivo a paragonarli (come affetto intendo) alla trilogia di Star Wars o a quella di Back to the future, ma le mitiche "V8 supercarburate per inseguimenti d'emergenza" avranno sempre un posto nel mio cuore!

Mad Max (Interceptor) 1979


Il primo Mad Max è ambientato in un futuro prossimo, con gang motorizzate che controllano le strade e una società praticamente inesistente (o almeno nel film non viene molto rappresentata). Dalla parte dei buoni un gruppo di poliziotti che non si fa troppi problemi a ricorrere alla forza bruta. Tra i migliori c'è "Mad" Max Rockatansky, interpretato da un giovane Mel Gibson. Auto, moto, inseguimenti, violenza... Un classico. Memorabile l'inseguimento d'apertura. Per vent'anni è stato il più grande successo se paragonato al suo costo: 400.000 dollari per realizzarlo e 100 milioni di dollari d'incasso! Per la cronaca, è stato battuto nel '99 da The Blair Witch Project.

Mad Max 2 (Interceptor, Il guerriero della strada) 1981



Con il secondo Mad Max le atmosfere cambiano un po', ci si ritrova in una specie di Medioevo futuro che ha poi fatto tendenza influenzando le atmosfere post-atomiche di Ken il guerriero, tra gli altri. La storia è meno originale, ma comunque a mio parere ancora appassionante. Ora ci si batte solo per il petrolio e Max, rimasto solo, aiuta una piccola comunità a sfuggire agli attacchi del perfido e ahimé ridicolissimo Lord Humungus. Il paesaggio australiano è ora solo quello desertico, non si vede né acqua né verde! Un elemento in comune a questi primi due film è la secondo me veramente mediocre e insistente colonna sonora realizzata da Brian May (non metto nemmeno il link, dovete sapere chi è)!

Mad Max beyond Thunderdome (Mad Max oltre la sfera del tuono) 1985



Il terzo e per ora ultimo episodio (si vocifera da anni di un quarto Mad Max e dopo che perfino Harrison Ford ha vestito di nuovo i panni di Indiana Jones, penso che si possa sperare) vede il nostro affezionato arrivare alla città di Barteltown, governata da una regina interpretata da Tina Turner. L'atmosfera è sempre bella e suggestiva, ma è però la storia in sè a essere un po' debole: un Mad Max sedentario che non è dietro ad un volante che senso ha? Si rifà però nel finale con un inseguimento con mezzi off-road davvero belli. Forse più fumettoso rispetto agli altri due. E con questo è tutto, a presto!

sabato 26 gennaio 2008

aussie movies #1: Wolf Creek


Primo post a tema filmico di una serie che prenderà in considerazione lungometraggi ambientati in Australia. L'idea di procurarmi film girati agli antipodi mi è venuta leggendo la cara Lonely, che offriva un elenco di pellicole imperdibili. La maggior parte dei film che citano non li conosco, ma ho tutto il tempo per approfondire e farmi una cultura! Invece altri nomi mi erano ben noti già da tempo, uno su tutti quello di Mad Max, mitica trilogia interpretata da un giovane Mel Gibson. Ma del Guerriero della strada parlerò tra qualche tempo.

Il film di cui vi voglio parlare ora è invece Wolf Creek. Questo nome non era presente nella lista della guida, mi è stato invece consigliato da Sergio (e così ti cito anche in questo post! :) ). Ed è un film che mi ha davvero colpito! Volendo riassumere il tutto in una riga: tre backpackers incontrano la persona sbagliata. Non troppo originale quindi, ma a mio parere i motivi di interesse sono tanti, primo fra tutti il paesaggio ripreso in maniera ottima. Ecco due screenshot come esempio:



La prima parte del film è incentrata sul loro viaggio verso un cratere creato da un meteorite circa 300 mila anni fa. E' il secondo cratere al mondo come dimensioni ed il suo essere in mezzo al nulla (soprattutto un nulla pianeggiante e desertico) lo rende davvero impressionante. Bellissimo poi vedere come all'interno vi sia una vegetazione tutta sua! Ecco anche qui una foto, presa dal film:


Questo cratere si trova tra la regione del Kimberley e il Great Sandy Desert, nel Western Australia che ormai conoscete. Mi ha davvero affascinato, spero tanto che possa essere meta di una mia visita, chissà! In realtà il nome esatto è Wolfe Creek Crater.

La seconda parte del film invece è decisamente più violenta, anche se non c'è un eccessivo spargimento di sangue. Quello che mi ha colpito è la crudezza della situazione e quanto il "cattivo" del film sia spietato. Interessato dal luogo e anche dalla scritta all'inizio del film che dice che è ispirato ad eventi realtmente accaduti, sono andato a cercare qualche informazione in più.

E sono arrivato qui. Il sito sembra davvero ben fatto, ancora però non ho avuto il tempo di guardarlo per bene. Ho letto invece la "vera storia" dei massacri, che hanno avuto luogo a migliaia di km da qui. Lo sceneggiatore (e regista) del film aveva scritto la storia per conto suo, come già detto tutt'altro che originale. Però al momento dell'uscita nelle sale si è voluto far riferimento a casi di cronaca attuali (per esempio vi era giusto un processo in corso per un massacro di backpackers), giusto per dar più risalto al film. I casi di cronaca più famosi a cui il film fa riferimento sono quelli di Bradley John Murdoch (che ha ucciso un inglese, ma è stato beccato subito) e di Ivan Milat (serial killer accusato di 7 omicidi, operati dopo torture) a cui un po' si ispira il personaggio veramente malato del film. Per chi mastica inglese, consiglio la lettura del sito al riguardo, a me è molto piaciuta. E vi consiglio anche la visione del film, sempre se non siete troppo impressionabili!

Forse a qualcuno di voi potrà sembrare strano questo interessamento a film così crudi e a casi di cronaca nera nella pianificazione del mio viaggio, me ne rendo conto. Ma la cattiveria di questo film mi ha davvero colpito e volevo vedere cosa c'era di vero. Inoltre il lato oscuro ha sempre esercitato un certo fascino su di me; ma non preoccupatevi, la Forza scorre molto potente nella mia famiglia! Infine quel cratere sperduto nel nulla sembra più un paesaggio lunare che terrestre. Vi lascio con un'altra foto, a presto per una nuova puntata!