venerdì 1 aprile 2011

australian rock mix


In Australia c'è una fiorente scena rock, molto influenzata dai seventies e tendente più alla ricerca melodica che alla perizia tecnica fine a se stessa. Il livello generale è a mio parere molto buono, anche grazie ad un underground vivace, con molti locali dove suonare; la ricetta è semplice, ma qui in Italia non sembra prendere piede, purtroppo.

Negli ultimi anni, sia per suggerimenti di amici che per scoperte fatte sul posto, sono venuto a conoscenza di diverse band australiane che mi hanno molto affascinato e che tornano di frequente nei miei ascolti. Alcune di queste band hanno avuto enorme successo in patria e sono praticamente sconosciute al di fuori (Powderfinger), altre hanno avuto la sorte opposta (Jet), ci sono realtà in crescita ed ora ai loro primi tour europei (Karnivool) ed altre che, nonostante un livello qualitativo molto alto (nella composizione, ad esempio) combinato con un'orecchiabilità radiofonica, sono inspiegabilmente poco seguite sia dentro che fuori dall'Australia (Thirsty Merc).

Oggi ho pensato ad un mix che riunisse queste band, senza nessuna pretesa di completezza: ho solo voluto riunire i gruppi australiani che più mi piacciono e che spero possano interessare a qualcuno di voi. Se volete approfondire, di seguito ci sono le pagine wikipedia con le discografie, altrimenti chiedete pure a me. Il rock è il comune denominatore, con una piccola escursione nell'electro dei Pendulum (ma la loro base è rock e si sente), per il resto ci si sposta poco, giusto qualche influenza metal nei Karnivool e nei Dead Letter Circus, o la ricerca più intima di Pete Murray (questi sono tra i suoi pezzi più spinti, si inserivano meglio nel mix).

Qui sotto il link per scaricare il mix (per chi non fosse pratico, basta cliccare su "Download Standard" e attendere che finisca il conto alla rovescia):
Download!

Fatemi sapere se qualche band è di vostro gradimenti e se l'idea vi è piaciuta.
Buon ascolto!

giovedì 17 febbraio 2011

meno male che Seymour c'è - la traduzione

A grande richiesta, ecco la traduzione della citazione di Seymour Hersh del post precedente:

"Quello che mi colpisce è questo: ciò che noi pensiamo e possiamo fare potrebbe non essere più rilevante, ormai. Siamo molto meno importanti ora. Potrebbe semplicemente non avere più importanza. Washington può star qui a discutere con gli israeliani riguardo i Fratelli Musulmani... Ci sono cose che stanno accadendo ora su cui noi abbiamo davvero poco controllo, la qual cosa...è probabilmente un bene!"

Interessante notare come, oltre alle riflessioni politiche che si possono fare sui vari interventi americani negli affari di altri stati, concentrandosi sull'ultima frase sia possibile ricavare un insegnamento filosofico su come affrontare gli avvenimenti della nostra vita. E per questo, oltre a Hersh, devo ringraziare Alessandro. Come al solito, buon maestro di vita: io mi ero limitato al dito, ma tu hai guardato oltre!

mercoledì 9 febbraio 2011

meno male che Seymour c'è


Seymour Hersh (premio Pulitzer nel 1970), intervistato in una puntata di Empire, riguardo l'attuale situazione egiziana e la possibile reazione americana:

"What strikes me is: what we think and do may not be relevant anymore. We're much less relevant now. It just may not matter. Washington can sit there and worry with the Israelis about the Brotherhood... There are things happening about which we have very little control, which...which is probably good!"

Grande come sempre!

martedì 8 febbraio 2011

democrazia d'Egitto - parte seconda

Dopo qualche ora dal post scritto nel pomeriggio, mi è stato suggerito questo ottimo dibattito su Al Jazeera proprio sulle stesse tematiche. Tariq Ramadan, studioso del mondo musulmano, e Slavoj Zizek, filosofo, discutono del punto di vista occidentale verso la rivoluzione egiziana delle ultime settimane. Tanti spunti interessanti e tanto ottimo giornalismo: invidiabile la chiarezza di Ramadan e insuperabile Zizek tra "stupid UNESCO multicultural respect" e geniali metafore disneyane. Da vedere. 
Grazie Ele!

lunedì 7 febbraio 2011

democrazia d'Egitto


Ho letto un "opinione" dello storico Paul Kennedy sull'ultimo Internazionale riguardo Davos e le proteste al Cairo, e sono rimasto piuttosto sconcertato. Ho sempre apprezzato gli articoli di Kennedy, come tutti gli storici riesce a mettere bene le vicende in prospettiva e a dare una buona panoramica internazionale agli eventi di cui parla. Essendo poi appassionato di politica internazionale, quando trovo un suo editoriale sono sempre contento e lo leggo con avido interesse.

Come ovvio, l'ultimo Internazionale ha una bella sezione dedicata alle proteste in Egitto, con diversi commenti ed opinioni, dal mondo arabo e non, tra cui quella di Kennedy. Difficile ribattere a queste sue considerazioni: "Gli studiosi ammonivano da anni che politicamente tutto il Nordafrica era una polveriera. Qualcuno li ha ascoltati? [...] Da almeno quindici anni Washington sembra aver perso di vista il fatto che la pace e la stabilità dell'Egitto e dei paesi vicini sono infinitamente più importanti di quello che può succedere in Afghanistan e perfino in Iraq. Il Cairo è la capitale di uno dei paesi cardine del mondo, Kabul no."

Le affermazioni dei paragrafi successivi, però, hanno cominciato a farmi storcere il naso. Kennedy infatti continua così: "Gli idealisti e i difensori dei diritti umani del nord del mondo ci inviteranno a rallegrarci per la fine dei regimi autoritari e per l'avvento della democrazia dal basso in alcuni paesi arabi. Ma se "democrazia" nel mondo arabo significa semplicemente la vecchia e insufficiente formula "un uomo, un voto" (molto probabilmente in certi paesi le donne non otterranno il diritto di voto), il Mediterraneo e il Medio Oriente sono davvero messi male.
    A quanto ci dicono inviati e corrispondenti, in paesi come lo Yemen, l'Egitto e la Tunisia l'"uomo della strada" è visceralmente antiamericano e antiebraico. [...]
    Forse le rivolte egiziane non faranno la stessa triste fine che a suo tempo portò l'Iran dal regime intollerante dello scià a quello degli ayatollah, ma certo non c'è da scommettere sul progresso pacifico del Nordafrica e del Mondo Arabo.
    Il nostro è un mondo complicato e disorientante, e tentare d'indovinare da che parte stia andando è molto difficile."

Insomma, visto che non possiamo sapere con certezza cosa succederà in Egitto, era meglio avere Mubarak ancora al potere, come è meglio che Gheddafi rimanga a governare in Libia e che gli altri presidenti a vita del Mondo Arabo rimangano dove stanno. Perché invece non rallegrarsi sinceramente che le proteste tunisine ed egiziane siano state sociali, non legate né a partiti politici né a movimenti religiosi? Perché non pensare che una vera svolta democratica sia possibile? Ho già letto e sentito altre volte di certe opinioni secondo cui gli arabi o gli africani non siano "pronti" per la democrazia. In quale modo ci si prepara? Con trent'anni di un governo che non è certamente tra i più autoritari della regione, ma che comunque tiene per sé la maggioranza dei guadagni derivati dallo sviluppo dell'ultimo decennio, senza fare investimenti e senza migliorare la condizione delle classi più disagiate?

A me sembra che si voglia solo difendere uno status quo che faceva comunque comodo. Le rivolte iraniane all'inizio erano anch'esse guidate da motivi sociali e non religiosi, ma poi le guide religiose (comunque molto più potenti e sviluppate di quelle egiziane) sfruttarono l'incertezza dei mesi seguenti per prendere il sopravvento. E poi credo sia cosa risaputa che non c'è nulla di meglio per combattere il fondamentalismo che lo sviluppo sociale. Proprio per questo anche ai Fratelli Musulmani faceva comodo il regime di Mubarak. Da un articolo dello Spiegel: "Secondo i loro avversari, i Fratelli Musulmani vogliono sfruttare gli strumenti democratici per conquistare il potere una volta per tutte. Ma Hala Mustafa, una nota analista politica egiziana, non è d'accordo: "I Fratelli Musulmani sono utili al regime di Mubarak. Rappresentano una precisa immagine del nemico, fornendo un'ottima scusa al governo per potenziare l'apparato di sicurezza". Anche secondo il sociologo della Cairo university Hassan Nafaa c'è un rapporto simbiotico tra il regime laico e gli oppositori islamisti: "I Fratelli Musulmani sanno che al loro movimento fanno comodo lo status quo e il malcontento sociale. Anzi, è proprio questo che gli garantisce un numero sempre maggiore di sostenitori."
    Questo potrebbe spiegare perché gli islamisti ci hanno messo così tanto a reagire alle proteste e perché, in fin dei conti, hanno esitato prima di annunciare la loro partecipazione. "Una protesta che non sei in grado di controllare può facilmente prendere un'altra strada, una direzione realmente democratica", dice Mustafa."

E' quest'ultima ipotesi quella che avrei voluto sentire da Kennedy, non come certo risultato delle proteste, ma come evento comunque possibile e motivo sano di rivolta. Invece no, ci si preoccupa dell'antiamericanismo delle popolazioni mediorientali, come se fosse una malattia generalizzata senza un'origine chiara, quando invece non mi sembra difficile collegare i puntini e pensare che è difficile farsi amiche quelle popolazioni se si supportano i regimi che le opprimono.

Mi sembra che ci sia sempre tanta e troppa ipocrisia. A me sta anche bene che uno mi dica che preferisce lo status quo, ma voglio motivazioni che vadano oltre la Rivoluzione Islamica dell'Iran, come se fosse l'unico esito possibile e inevitabile di una protesta in Medio Oriente. (Poi anche sul tema Iran le ipocrisie son tante, leggevo proprio oggi che nell'ultimo anno, a dispetto dell'embargo, Germania ed Italia hanno aumentato di diverse decine di punti percentuali gli scambi commerciali con questo paese. E' il commercio, bellezza.)

Sono io che sono troppo ingenuo?

domenica 30 gennaio 2011

tui shou


Con la lezione di martedì inizierò il quinto mese di taichi, con un entusiasmo che non ha fatto altro che aumentare settimana dopo settimana. Non è solo bello scoprire cose nuove, qualche movimento da aggiungere, qualche mossa da studiare, ma fa piacere rendersi conto di aver raggiunto piccole consapevolezze sui passaggi appresi agli inizi e ripetuti per più tempo. Anche ritrovarsi con dei dubbi su quello che si credeva appreso, anche solo superficialmente, non crea troppo sconforto, perché dimostra di aver raffinato la sensibilità, permettendo quindi di notare quanto prima non era possibile. Come Max, il mio maestro, ripete spesso, noi che abbiamo iniziato da poco partiamo come ovvio da qualcosa di molto grezzo. Con calma, con la ripetizione e l'attenzione dello studio, andiamo a togliere le imperfezioni, prima macroscopiche, poi sempre meno evidenti, cercando una perfezione che rimarrà pur un miraggio, ma che spero diverrà sempre meno lontana.

Con l'introduzione del tui shou (dal mandarino "spingere con le mani") a fine 2010 la mia passione per il taichi ha preso una vera e propria impennata. Cos'è il tui shou? E' una forma di allenamento a due che permette di sviluppare quanto appreso con l'allenamento della forma fatto singolarmente. Prendo da wikipedia (mia traduzione), perché non potrei dirlo in modo migliore: "Il tui shou permette agli studenti di capire in maniera sperimentale gli aspetti marziali delle arti marziali interne: leve, riflessi, sensibilità, tempismo, coordinazione e posizione. Il tui shou permette di perdere l'istinto naturale dell'opposizione ad una forza con una forza contraria, insegnando invece al corpo a cedere alla forza permettendo così di ridirezionarla. [...] Tra le altre cose, allenarsi con un avversario permette allo studente di sviluppare il ting jing (capacità di ascolto), la sensibilità nel sentire la direzione e la forza delle intenzioni dell'avversario."


Ci sono diversi modi di allenarsi col tui shou, partendo da movimenti relativamente semplici e controllati di un singolo braccio e arrivando alla totale imprevedibilità di un confronto libero, passando per diversi stadi intermedi. Inutile dire che, avendo appena iniziato, l'allenamento che facciamo in palestra è ancora molto blando e controllato. C'è però spazio per qualche sfida che si è rivelata emozionante già dalle prime prove! Ci si mette uno di fronte all'altro, a piedi fermi, e si cerca di sbilanciare l'avversario facendolo uscire dalla posizione, sfruttando quanto imparato finora, quindi con tanta attenzione alla postura, all'equilibrio ed al controllo del proprio baricentro, col mantenimento della posizione ideale delle braccia, col rilascio delle tensioni per permette sia di sentire meglio l'avversario che di reagire in maniera cedevole (ma controllata) e non rigida alle forze che questo pratica, infine con la ricerca della risposta difensiva migliore per neutralizzare l'attacco dell'avversario sfruttandolo a proprio favore. Tante, troppe cose da tenere a mente all'inizio, come ovvio! Ma già dopo qualche weekend passato ad allenarci (il sabato pomeriggio con la palestra libera, più qualche sabato e domenica mattina che stanno diventando piano piano appuntamenti fissi) e grazie all'ottimo insegnamento di Vinz, i miglioramenti sono stati palpabili.

Non avevo alcuna esperienza di un confronto con un avversario, non ho mai praticato sport di squadra e tanto meno altre arti marziali. Quello che mi piace, oltre al poter sperimentare l'applicazione di quello che imparo durante le lezioni e che cerco di far mio con l'allenamento giorno dopo giorno, è il fatto che l'agonismo che nasce tra noi sia sano, che ci si diverta davvero molto e che non importi nulla quante volte si ha il sopravvento o quante si è il primo a cedere. Si cresce e si impara insieme e ci si accorge del tempo che passa solo per i muscoli che cedono e la stanchezza che si fa sentire, perché altrimenti passeremmo ore e ore a far tui shou.

Il taichi non è la forma (la ripetizione in sequenza dei movimenti imparati) e non è nemmeno il tui shou. E' tutte e due le cose insieme ed ora che ho sperimentato entrambe non potrei fare a meno di nessuna delle due: ripetere quel poco di forma che ho imparato in questi quattro mesi, lavorando ogni volta su dettagli diversi, osservando avidamente Max o Vinz quando la si fa insieme per carpire ogni particolare e cercare di stamparsi in testa ogni singolo movimento, dà sempre molta soddisfazione; che poi anche il tui shou mi entusiasmi, direi che è ormai evidente!

Mentre oggi guardavo i miei compagni che si affrontavano nel tui shou, mi è saltato agli occhi come l'esercizio che stavamo facendo, e nel complesso il taichi stesso, fosse più vicino allo studio che allo sport. In particolare, visto che è il mio campo universitario, ho trovato similitudini con lo studio delle lingue. A lezione, quando Max ci mostra un nuovo movimento, la maggior parte delle volte una difesa da un attacco che si trasforma in offesa verso l'avversario, e la si sperimenta lentamente con un compagno, è come imparare un nuovo vocabolo o una forma grammaticale; in seguito, quando si inserisce il nuovo movimento nella forma, riprovandolo decine e centinaia di volte, si fa qualcosa di paragonabile all'esercizio ripetitivo per riuscire a ricordarsi e a far propria quella parola oppure quella costruzione sintattica; infine, arriva il tui shou, in cui quello che si è ripetuto e imparato lo si deve mettere in pratica alla svelta, rispondendo agli input esterni e tenendo a mente una gran quantità di cose che all'inizio sembrano ingestibili, ma che col tempo vengono interiorizzate e diventano automatiche, ed è come il ritrovarsi a far conversazione in una lingua straniera: all'inizio si sente frustrazione, non si riesce a tenere a mente nemmeno quel poco che si è imparato e non si sa come rispondere, e quando lo si fa si è comunque lenti. Ma poi piano piano qualche frase esce in maniera sempre più naturale, si risponde più velocemente e magari si riesce anche a dirigere la conversazione.

Quello che voglio dire è che fare tai chi è un esercizio mentale importante, non c'è solo fisicità, e anche quando ci si esercita a due, pur faticando e sudando, si sta mettendo in pratica un ragionamento che deve essere ancora più veloce e rapido, difficile soprattutto perché ti impone di andare contro al tuo istinto. Non potrei immaginare nulla di più completo, un allenamento contemporaneo del corpo e della mente. Credo che sia proprio questo che contraddistingue le arti marziali interne.

Proprio una bella scoperta il taichi, e per questo devo solo ringraziale Ale e Vinz! Già temo il prossimo rientro del mio padrone di casa, con agguati tesi ad ogni angolo, leve a non finire e miei voli dell'aquila che spero finiscano sul divano e non sul tavolo di cristallo. Ale, ti aspetto con...ansia! :)

venerdì 14 gennaio 2011

opera singer

Dall'autobiografia di Craig Ferguson, "American on purpose":

"I was happy for a time in New York. The energy and vitality of the city inspired me and helped me become confident, and the streets of the East Village seemed to be teeming with people who valued artistic expression and eccentricity. It felt dangerous and welcoming at the same time. Every night at one a.m., lying in bed, I'd hear a woman sing the most beautiful operatic arias. She sounded like an angel floating between the sirens and over the tar rooftops. I later found out that she was an aspiring opera singer who worked in a local bar and on the way home at the end of her shift she would walk through the streets to her apartment singing at the top of her voice. She did it for protection, figuring that any lowlifes on the street who wanted to do her harm would think either that she was too crazy to approach or that she would attract too much attention. This delighted and impressed me. It seemed indicative of the beat of the locale - art as the best defense in a dangerous but exciting world."

E mia traduzione a braccio:
"Per un po' fui felice a New York. L'energia e la vitalità della città mi ispiravano e mi aiutavano ad aver fiducia e le strade dell'East Village sembrava brulicassero di persone che apprezzassero l'espressione artistica e l'eccentricità. Questo trasmetteva un senso di pericolo e di accoglienza allo stesso tempo. Ogni notte all'una, stando sdraiato a letto, sentivo una donna cantare le più belle arie d'opera. Sembrava un angelo fluttuante sopra le sirene e i tetti di catrame. Ho poi scoperto che era un'aspirante cantante d'opera che lavorava in un bar della zona e che nel tornare a casa alla fine del suo turno camminava per la strada cantando a squarciagola. Lo faceva per protezione, pensando che un malintenzionato avrebbe pensato che o era troppo matta per averci a che fare oppure avrebbe attirato troppa attenzione. La cosa mi colpì molto e mi impressionò. Sembrava indicativo dello spirito del luogo: l'arte come migliore difesa in un mondo pericoloso, ma eccitante."

mercoledì 5 gennaio 2011

granpa's guitar

A fine anno mi sono fatto un regalo a cui pensavo da tempo, da diversi mesi per la verità. Mi son comprato una chitarra acustica. Ho trovato un'offerta interessante da Ghisleri, un pacchetto che oltre ad una chitarra Cort (ovviamente un'entry level per un impedito come me) forniva custodia, accordatore, corde di scorta e un dvd con qualche lezione per muovere i primi passi.

Non sono mai stato particolarmente affascinato dalla chitarra, ho e avrò sempre una passione viscerale per la batteria, ma da quando ho iniziato ad allargare i miei orizzonti musicali abbracciando anche il soft rock, o folk rock forse, alla Jack Johnson, ho iniziato ad aver voglia di mettere le mani su una sei corde giusto per suonare qualche canzone per conto mio. Mi piace l'idea di potermi esprimere con "poco", soprattutto è una sensazione nuova per me quella di avere uno strumento che sia portatile e che si possa suonare persino in appartamento!

Le basi minime me le sto facendo grazie ad un programma del Mac che contiene otto lezioni per cominciare. Le trovo piacevoli e molto chiare. Ovviamente sono ancora agli inizi, però ho superato la fase "non riesco a schiacciare una corda senza bloccare quelle vicine" arrivando a "faccio una gran fatica a passare da un accordo all'altro," e direi che è già un grande risultato! Non ho nessuna fretta, quando posso mi metto sul divano e strimpello un po', cercando almeno un minimo di costanza anche per farmi il callo sulle dita della mano sinistra: le corde sono decisamente dure e all'inizio anche solo il posizionare le dita per l'accordo faceva male! Ora va già meglio, comincio ad avere un'autonomia di una manciata di minuti...

Giusto perché non bastava sentirmi dare del nonnino da quando faccio taichi, ci si sono messi anche i Dethklok a prendermi in giro! Giusto due giorni dopo l'acquisto, ho visto questo pezzo in una puntata di Metalocalypse! Eh si, ormai sono proprio diversamente giovane...